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09/09/2010

PREVISIONI del LOTTO e del 10eLOTTO RICAVATE dalle STATISTICHE, dalle DATE e dalla SMORFIA

PREVISIONI del LOTTO e del 10eLOTTO

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SAGGI PROVERBI sul GIOCO del LOTTO....... Il gioco, il letto, la donna e il fuoco non si contentan mai di poco….. Il gioco dei tarocchi non entra in testa agli sciocchi.…. Chi gioca al lotto, in rovina va di botto….. Chi guadagna il primo, perde l’ultimo…… Nelle case dei giocatori non manca mai il dolore….. Chi sa il gioco non lo insegni. …. Cinque numeri in sogno mi furon dati: corsi a giocarli e i soldi ho via gettati. …. Vincere un ambo al lotto è un malefizio, che più accresce la speranza al vizio…..
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25/03/2010

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31/01/2010

dalle ORIGINI all'ATTUALE GIOCO del LOTTO

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NASCITA delle RUOTE: BARI dal 1874 – CAGLIARI dal 1939 –FIRENZE dal 1871 – GENOVA dal 1939 – MILANO dal 1871    NAPOLI dal 1871 - PALERMO dal 1871 – ROMA dal 1871 - TORINO dal 1871 - VENEZIA dal 1871 - NAZIONALE dal 2005

 

la STORIA del LOTTO:Il concetto di fortuna, di sorte, accompagna l'uomo fin dagli albori della civiltà, in un eterno dialogo fatto di speranze, di rispetto, di sfida... E questo rapporto si è spesso incarnato nelle forme del gioco e del giocare.Va da sé che sia possibile seguire un percorso nella storia dell'Umanità, attraverso tutte le epoche e le culture, ripercorrendo l'evoluzione dei giochi di sorte e, in particolare, del Gioco del Lotto.Negli approfondimenti potrai scoprire tante novità sulle origini del Gioco del Lotto e sul rapporto che ebbero i popoli occidentali, dalla Roma repubblicana alle signorie rinascimentali al Regno d'Italia, con l'innata tendenza umana a sfidare la fortuna al gioco.Radici, etimologia, varianti, curiosità: una finestra sull'insolita storia di un gioco avvincente, che da secoli fa parte della nostra vita. ETIMOLOGIA:La parola "lotto" sembra derivare dalle antiche lingue germaniche. In tedesco "los" indica non solo "sorte" o "destino" ma anche la divisione in lotti di terreni e beni; inoltre "los" indica anche il "biglietto della lotteria" e il verbo "losen" significa "tirare a sorte".In danese il sostantivo "lod" significa "estrazione" e il Gioco del Lotto si chiama "Lotto".In inglese "lot" sta per "destino" o "sorte", mentre il verbo "to lot" significa "assegnare in base a sorteggio".In francese "bien loti" significa "favorito dalla sorte" e, come in italiano, la parola "loto" ha tre significati: lotto di terreno, partita di merce e gioco.In francese "bien loti" significa "favorito dalla sorte" e, come in italiano, la parola "loto" ha tre significati: lotto di terreno, partita di merce e gioco In spagnolo il sostantivo "lote" indica la partita di merce, "loto" il gioco.Il termine "hleut" identificava, infatti, i giochi di sorte basati sull'estrazione. In gotico la parola "hlauts" significava "sorte" o "porzione assegnata" e designava anche un ciottolo che veniva estratto o gettato a terra per predire, sotto l'influsso divino, questioni di ordine quotidianoUna seconda ipotesi fa derivare la parola dal termine franco "lot": premio, sorte. Anche in questo caso il termine, che indicava il premio in palio, identificava anche il metodo di estrazione vero e proprio.Nonostante le fonti storiografiche non siano pienamente attendibili, è possibile affermare che la diffusione della parola sia stata simile presso tutti i popoli proto-europei, come dimostra il significato comune del termine nelle diverse lingue moderne. Alle ORIGINI del GIOCO: Ci abbandoniamo alla Sorte? Già i nostri progenitori lo facevano!Pur non essendo possibile attribuire l'invenzione del Gioco del Lotto a una persona precisa o ad un dato momento storico, esso rappresenta e contiene l’evoluzione di diverse forme di giochi di sorte che, più o meno legalmente, erano molto diffuse sin dall'antichità. Il Gioco del Lotto ha infatti origini lontanissime e, nella sua forma moderna, non è poi così cambiato dai suoi antichi antenati.Già molti secoli prima di Cristo gli Egizi e i Caldei amavano giocare di sorte, una tradizione che pare essersi diffusa anche nel mondo occidentale grazie alle popolazioni nomadi e alle guerre di conquista. Anche a Roma, durante i Saturnali di dicembre, venivano organizzate lotterie in cui si estraeva un numero tra quelli distribuiti ai partecipanti su tavolette di legno.Il progenitore della nostra tombola, ma anche del moderno Bingo insomma... L' IDEA dei LOTTI: L'abbinamento di giocate a premi costituiti da "lotti" sembra avere origine olandese. Ad Amersfoort, non lontano da Amsterdam, nel 1500 alcuni cittadini pensarono di sfruttare la passione del gioco per regolare alcune proprietà non facilmente divisibili. L'idea ebbe successo, ed in seguito venne regolamentato il "Lotto di Olanda".A Venezia, verso la metà del '600, veniva organizzata dal Consiglio dei Pregadi, l'antico Senato veneziano, una lotteria il cui montepremi era appunto "un lotto" di immobili. La lotteria venne chiamata "Lotto del Ponte di Rialto", e il montepremi complessivo aveva un valore vicino ai centomila ducati: una vera fortuna per l’epoca.Si poteva partecipare all'estrazione acquistando "bollettini" al prezzo di due scudi ciascun. MISURE e CONTROMISUE: L'innata tendenza umana al "giocare di sorte" fu a più riprese ritenuta immorale. In epoche diverse i governanti cercarono di vietare i giochi ma, non ottenendo altri risultati che quello di favorire la diffusione dei giochi clandestini, spesso iniqui e gestiti dalla malavita, cercarono quanto meno di regolamentarli per evitare facili speculazioni.Così molti stati giunsero alla monopolizzazione, curando in proprio lotterie nazionali e giochi di sorte.Spesso fu l'intento umanitario a convincere i governi a legalizzare il gioco, e in primis il Lotto. Ogni statuto, bando o decreto che lo regolava, infatti, stabiliva che il ricavato dalla gestione del gioco fosse destinato a fini di pubblica utilità e scopi umanitari di volta in volta specificati.Questo è quanto accade ancora oggi: una quota degli incassi del gioco è infatti destinata per legge al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, per finanziare diverse opere di recupero e di conservazione del nostro patrimonio storico, artistico e paesaggistico. GIOCHI di SORTE - VICENZA: Dato il crescente successo dei giochi di sorte, nel 1339 a Vicenza venne promulgato uno Statuto per regolamentali. Questo Statuto: • stabiliva e limitava i luoghi e i giorni in cui essi si potevano svolgere • fissava una tassa per chi organizzava il gioco • elencava i comportamenti proibiti, l'ammontare delle eventuali multe e i limiti sulle diverse puntate.In questo periodo erano diffusi vari giochi: le carte, i dadi, la "Zara", i giochi di sorte, che non avevano nulla in comune con il Lotto attuale. MILANO: Solo dal 1448 si ha notizia certa della diffusione, a Milano, delle cosiddette "borse di ventura", indicate da molti storici come il primo nucleo di quello che più tardi diverrà il vero Gioco del Lotto moderno.Il gioco consisteva nell'assegnare sette "borse" contenenti, rispettivamente dalla prima alla settima, 300, 100, 75, 50, 30, 25, 20 ducati in contanti. Chiunque, pagando un ducato, aveva la possibilità di veder inserito in un recipiente di vimini un biglietto recante il proprio nome. Versando più ducati, si potevano avere più biglietti.In piazza Sant'Ambrogio, in un secondo recipiente, venivano depositati altrettanti biglietti, sette dei quali recavano l'ammontare dei diversi premi mentre i restanti erano in bianco. Nominato uno dei presenti ad effettuare le operazioni, veniva estratto un biglietto dal recipiente contenente i nomi, e uno da quello dei premi: se al nome estratto risultava abbinato un biglietto bianco, non si vinceva nulla; se invece ne veniva estratto uno recante un premio, l'ammontare di questo veniva consegnato al vincitore alla presenza di tutti i giocatori.Nel 1539 in Francia, sotto Francesco I, questa meccanica di gioco verrà ripresa con il nome "Blanque" (bianca). FIRENZE: Nel 1530 a Firenze apparve per la prima volta la "imposta straordinaria". Dopo che si erano assegnate a ogni cittadino, in base alla ricchezza, delle polizze numerate e di ugual prezzo, si procedeva all'estrazione di alcuni premi rappresentati da oggetti di valore, case e poderi. In questo modo furono rimessi in circolazione beni confiscati per ragioni politiche.Il gioco stava conquistando, in forme diverse, tutti i popoli. a GIOCO del SEMINARIO - 1576: SI LEGALIZZA IL GIOCO Il Lotto: prima che un gioco… una previsione politica? L'attuale formula del Gioco del Lotto sembra derivare in maniera abbastanza diretta da una pratica in uso a Genova nel XVI secolo, presto estesa a tutta la penisola, che permetteva di scommettere sui nomi di cittadini candidati a cariche pubbliche.Inizialmente clandestino, ma ben presto divenuto legale, il gioco prendeva spunto da un "sistema elettorale" in vigore a Genova nel XVI secolo, che prevedeva l'estrazione casuale di 5 nomi di cittadini particolarmente meritevoli, su un totale di 120 "papabili", che avrebbero assunto il ruolo di membri del Maggior Consiglio della Repubblica. Questa pratica prese quindi il nome di "Giuoco del Seminario".Agli appassionati e numerosi giocatori veniva data 2 volte l'anno l'occasione di tentare la sorte con un'estrazione di cinque nomi (casi favorevoli) su centoventi imbussolati (casi possibili). DAI NOMI AI NUMERI: Il sorteggio semestrale suscitò ben presto l'interesse del pubblico che cominciò a puntare somme di denaro su quali candidati sarebbero stati scelti tra i 120. Qualche anno dopo il numero dei candidati fu ridotto a 90, e ben presto i nomi furono sostituiti da numeri.Dapprima le giocate nacquero spontaneamente tra singoli, poi furono accettate giocate da più persone e, infine, si formarono società che tenevano banco a particolari condizioni e che definirono le prime regole ufficiali del gioco.I primi gestori del gioco non si limitarono ad accettare le puntate solo su un nome, ma le ampliarono dando vita a "estratti", "ambi" e "terni" che, per molto tempo, furono le sole combinazioni su cui si basò il gioco. IL "LOTTO DELLA ZITELLA: La voglia di giocare aumentava... Nella seconda metà del XVII secolo si diffuse il "Lotto della Zitella". Invece che ai candidati alle cariche politiche, i numeri erano abbinati al nome di ragazze povere: le sorteggiate erano premiate con una dote del valore di 100 lire.Anche questa versione del gioco divenne famosa in tutta Europa e la sua diffusione in Francia viene attribuita nientemeno che a Giacomo Casanova. Ben presto il gioco entrò anche nelle grazie dei ministri delle Finanze che, dimentichi delle zitelle, reclamarono gli incassi per l'erario.Nella seconda metà del XVIII secolo il gioco si diffuse anche in Austria, Belgio, Olanda, Prussia, Danimarca. In seguito cadde in disuso, e nella versione "Zitella" sopravvisse soltanto in Italia ed Austria. Il LOTTO MODERNO: Proibito a più riprese per il dilagare delle giocate "clandestine", ancora nel XVII secolo i Serenissimi Collegi, l'allora Ministero delle Finanze, ribadirono la non legalità del gioco d’azzardo. Allo stesso tempo, tuttavia, permisero l'esercizio del “Seminario” a chi ne avesse ottenuto la licenza, dietro pagamento di un diritto concessionario.Dovendo rendere conto di un giro di affari sempre più crescente, i concessionari del gioco si cautelarono dal rischio di pagare eventuali premi superiori all'incasso, costituendo un fondo premi chiamato "Monte delle scommesse" da ripartire fra i vincitori. In questo modo era assicurato agli organizzatori il margine di guadagno preventivato.Se nessun nome veniva indovinato, e questo accadeva piuttosto spesso, le puntate venivano restituite. I premi non distribuiti si sommavano al montepremi dell'estrazione successiva.La fama del Lotto si diffuse presto in tutta la Penisola e le giocate iniziarono ad arrivare anche dagli altri Stati Italiani. Il fascino del gioco di Genova, il brivido della scommessa e il miraggio di conseguire con la medesima posta diversi guadagni attraverso diverse probabilità, portarono il Lotto a una diffusione vastissima e a un ingente giro di giocate.      L'ITALIA: UNO STATO, UN LOTTO:Nel 1861 furono apportate alle poste in premio tre sostanziali modifiche: • fu abolito l'ambo nominato • il premio per la sorte del terno venne ridotto a sole 5.000 volte la posta • il premio per la sorte dalla quaterna fu ridotto a sole 60.000 volte la posta. Il 27 settembre 1863, quando ormai l'Italia era un regno unito, il Lotto entrò ufficialmente a far parte delle entrate previste nel bilancio statale.Da qui, il Lotto si diffuse in tutti gli altri stati italiani (Piemonte, Stato Pontificio, Veneto, Regno delle Due Sicilie, ecc) anche se con caratteristiche diverse.Nel gennaio 1864 un Regio Editto determinò un primo riordinamento del gioco: le ruote erano appena 6 e le giocate possibili erano quelle per la sorte dell'ambo semplice, del terno e della quaterna.Soltanto nel 1871, a unificazione realmente avvenuta, furono scelte otto città italiane (Bari, Firenze, Milano, Palermo, Roma, Torino e Venezia) denominate comunemente ruote o compartimenti a cui si aggiunsero, nel 1939, Cagliari e Genova.Quasi trent'anni più tardi, nel 1891, il regolamento delle poste in premio venne nuovamente modificato, nella forma valida fino alle modifiche del 2005. I premi divennero: • estratto semplice: 11,236 volte la posta • ambo: 250 volte la posta • terno: 4250 volte la posta • quaterna: 60.000 volte la posta. L'8 luglio del 1933 venne introdotto anche il gioco della cinquina (pagato 1.000.000 di volte la posta), e aumentato il premio della quaterna (da 60.000 a 80.000 volte la posta). Era ormai nato il Gioco del Lotto che noi tutti oggi conosciamo. LE RUOTE DEL LOTTO: Oggi sono 11 le ruote del Lotto sulle quali si può puntare. In origine, a partire dal 1871, erano solamente otto: quelle di Bari, Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Venezia. I compartimenti di Cagliari e di Genova, che completano il quadro delle ruote come le conosciamo oggi, vennero aggiunti soltanto nel 1939. LE ULTIME NOVITÀ: Il 2005 è stato un anno di grandi novità per il Gioco del Lotto: il 16 marzo, infatti, è stata effettuata la prima estrazione che prevedeva la nuova sorte dell'estratto determinato.Oltre a puntare sull'uscita di un singolo numero, i giocatori possono ora scegliere anche la posizione di estrazione di uno o più numeri prescelti.Sempre nel 2005, sono stati aumentati i moltiplicatori di vincita: a beneficiarne maggiormente è stata la cinquina, il cui moltiplicatore è passato da 1.000.000 a 6.000.000 di volte la posta. 6.000.000 di euro è ora la vincita massima ottenibile con un singolo scontrino di giocata.Dal 4 maggio 2005 alle 10 ruote tradizionali si è aggiunta la ruota Nazionale, le cui estrazioni hanno luogo a Roma. Inoltre, a partire dal 21 giugno 2005, la sorte può essere tentata più frequentemente poiché le estrazioni settimanali sono diventate tre: nelle giornate di martedì, giovedì e sabato.Il 2006 ha invece visto la nascita del Lotto Istantaneo una nuova modalità opzionale di gioco che permette agiocatore di concorrere con la stessa giocata effettuata per il Lotto tradizionale (numeri e sorti) a un’estrazione istantanea e personale. Per ogni giocata verranno estratti 5 numeri diversi, che saranno riportati su un apposito scontrino, grazie al quale il giocatore può confrontare i 5 numeri giocati con quelli estratti casualmente dal sistema e scoprire istantaneamente se ha vinto...

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IL LOTTO CHE FU: Iniziamo questo lungo viaggio che vuole portare a conoscenza di tutti, la storia del LOTTO nella tradizione popolare. La scommessa sui numeri, che forse allora non portava il nome di LOTTO, si può far risalire fino ai temi degli Egiziani e agli antichi Ebrei. Per quanto riguarda i Greci sappiamo che usavano attribuirsi le armi dei vinti attraverso la sorte. Virgilio narra che nell'antica Roma, in occasione dei Saturnali, si gettavano alla folla delle tavolette quadrate sulle quali era disegnato un dono offerto dall'imperatore. ALLE ORIGINI del GIOCO: Oggi gioco diffusissimo regolato dalle leggi dello Stato Italiano il Lotto trova le sue origini indigene nell'anno 1500, mentre sorgono serie difficoltà se si vuole localizzare esattamente la sede di nascita. Per quanto concerne la collocazione geografica esistono due tesi; una che declama la Repubblica di Genova genitrice del LOTTO, l'altra che attribuisce lo stesso titolo a Firenze. Riagganciandosi alla Repubblica di Genova, le prime scommesse vennero istituite in occasione delle estrazioni semestrali che sorteggiavano i nomi dei membri del Serenissimo Collegio. I nomi che dovevano essere sorteggiati erano 5 ed i candidati 120 che vennero poi ridotti a 90 ed i nomi stessi sostituiti dai numeri. Il tutto trovava collocazione dentro una bussola chiamata seminario da qui la prima identificazione del gioco, grazie alla fantasia di un genovese, Benedetto Gentile che lo battezzò "gioco del Seminario" e dettò le prime regole. La Genova di allora per la sua concentrazione di abitanti per i traffici commerciali e di conseguenza per l'afflusso di genti poteva essere paragonata alla Las Vegas di oggi. Si ritenne dunque opportuno creare locali adatti al gioco per toglierlo dalla clandestinità. Ecco nascere le prime ricevitorie anche se la reggenza della Repubblica presa forse dal senso di colpa per aver appoggiato la diffusione del "peccato" , assunse le redini del gioco non senza avergli fatto assumere un' aspetto di "soccorso". I nomi dei candidati vennero sostituiti con quelli di ragazze in stato di necessità economica e le 5 ragazze estratte avrebbe avuto diritto ad una piccola dote. Ecco allora che il gioco cambia nome e diventa il "Gioco delle Zitelle". Così sopravvisse a Genova e venne esportato a Roma, Venezia e solo verso il 1680 arrivo anche a Napoli. Per quanto riguarda la seconda tesi, cioè quella che analizza le possibili origini del lotto a Firenze, dobbiamo ancora tornare indietro nel tempo, nel 1530 durante la guerra di Carlo V, dominatore della Spagna e di buona parte dell'Europa centrale, e Francesco I, re di Francia. Coinvolta in questo conflitto nella parte di campo di battaglia la città di Firenze vedeva entrare in forza le truppe di Carlo V che, con l'accordo di papa Clemente VII avrebbero dovuto ristabilire il casato dei Medici al quale anch'egli apparteneva, sul trono. Cadde quindi la giovane Repubblica Fiorentina e le famiglie che la reggevano venne incarcerate. Ed i loro averi? Che fine fecero i loro beni? Vennero battuti al Lotto. Ecco che si intravede qui una veste diversa del LOTTO che prende le sembianze di "una imposta straordinaria, per via di gioco forzato secondo il quale si assegnavano dei documenti numerati. ad ogni documento chiamato per estrazione veniva abbinato, sempre per estrazione, il premio che poteva essere incassato sotto la forma di terre, case, poderi eccetera in precedenza appartenuti ai Fiorentini rivoltosi. L'aspetto del Lotto in questo caso è nettamente distante dal gioco d'azzardo. Non è visto come un caso in cui lo stato è chiamato a regolamentare un illecito, ma diventa lecito un divertimento proposto dallo Stato stesso. A Roma nel 1731, fu Clemente XI a reintrodurlo nello Stato pontificio dopo innumerevoli proibizioni iniziate fin dal '600. A Napoli, il Lotto fece la sua comparsa alla fine del XVI secolo, quando la città era ancora un Viceregno spagnolo governato però da italiani attraverso il Collegio Supremo D'Italia che doveva render conto a Madrid. IL LOTTO E LA TEOLOGIA: A Napoli, il LOTTO ha sempre avuto un posto d'onore tra i giochi d'azzardo e fin dai tempi in cui regnava Carlo di BORBONE, la scommessa al lotto è sempre stata ritenuta monda da tutti quelle caratteristiche peccaminose che macchiavano gli altri giochi. L'opinione dell'allora giovane sovrano venne sottoposta all'attenta analisi di esperti teologi che si cimentarono nel leggere e studiare le curiose dissertazione dell'allora sovrano sul gioco stesso. Tanto pensò scrisse e fece, che una volta salito al soglio reale, il 10 maggio 1734, Don CARLOS si diede un bel da fare per allestire a modo locali aperti al pubblico che potessero ospitare i giocatori. Il sovrano intendeva garantire il decoro e la ragion di stato facendo in modo che tale gioco d'azzardo rientrasse, così ben organizzato, nei crismi della morale e del lecito. In realtà il sovrano era stato sollecitato nel luglio del 1734, dal Collegio Collaterale, organo supremo dello stato del regno di Napoli, che iniziava a lamentare i gravi problemi del gioco clandestino che già stava degenerando in bische e sanguinose risse. In ottobre dello stesso anno si riunisce la prima commissione che trovo la sua prima collocazione in casa del Reggente Duca di LAURIA. Vi presero parte gli allora membri del Collegio Collaterale, della Regia Camera, l'Avvocato Fiscale del Real Patrimonio e il Cappellano Maggiore con una ristretta commissione di teologi. Il 18 novembre del 1734 la Commissione relazionò al Re le proprie discussioni rimettendo tutto alla Sovrana volontà affinché decidesse in merito. Degno di particolare interesse fu il commento di Monsignor Celestino GALLIANI, Cappellano maggiore e presidente della Commissione di teologi, che già era stato interpellato dai pontefici Clemente XI, Innocenzo XIII e Benedetto XIII sull'opportunità di reintegrare il gioco del LOTTO come gioco lecito anche per lo Stato Pontificio. Nella sua trattazione vengono presi in esame parecchi giochi d'azzardo tipici del napoletano che egli condanna vivamente eccezion fatta per il LOTTO. Non si sa in quale misura il gioco del LOTTO si salvasse dalle malefiche influenze degli altri giochi d'azzardo; certo è che Monsignor Celestino GALLIANI capì rapidamente che la ragion di stato, o meglio delle Casse dello Stato ne avrebbe tratto vantaggio e quindi, altrettanto velocemente esternò le benefiche relazioni e i legami tra ERARIO e LOTTO.Egli aveva altresì esaminato la questione con altri due teologi: un domenicano, Fra Pio Tommaso MILANTE, e un seguace della Compagnia di GESU, Padre Leoni.Dal confronto con i due era emerso parere nettamente contrario alla organizzazione del gioco con locali addirittura arredati ed adibitI al peccamInoso scopo. Abile mediato e sottile economo Monsignor GALLIANI si fece portavoce di tali paure al Sovrano che, a sua volta garantiva, sempre tramite Don GALLIANI, che niente sarebbe potuto accadere di illecito e amorale. Un contributo notevole a favore del gioco di Stato veniva portato senza dubbio dal Collegio Collaterale che intendeva rimarcare la necessità di regolarizzare la posizione del gioco per poter mettere la parola fine alle attività clandestine che comunque avrebbero continuato ad operare nonostante l'eventuale repressione.Ma quando ormai il giovane Sovrano stava per farsi convincere dai prelati della commissione a desiste sull'organizzazione del gioco e a reprimere ogni possibile illeicità ecco che abilmente Monsignor GALLIANI rammenta a re Carlo che tutti i suoi predecessori non aveva mai vissuto in terra napoletana e si erano limitati a governare attraverso ministri che mal avevano riferito sul popolo del Regno di Napoli.La sua nuova posizione di Sovrano nel Regno come presenza fisica avrebbe garantito la tutela dell'ordine accattivandosi i favori del popolo favorendo questo loro piccolo vizio, sottolineando di nuovo i vantaggi che le Casse dello Stato ne avrebbero tratto.Per quanto riguardava gli altri stati d'Italia, il GALLIANI confermava che il gioco era già praticato come lecito. A nulla valsero le sottili trame del Monsignore perché il 13 settembre del 1735 Re Carlo emano una “prammatica” che vietava ogni tipo di gioco d'azzardo con pene che andavano dalla limitazione della libertà, fino a pene pecuniarie e ad un premio per coloro che denunciasse tali attivita'. Ma a nulla valsero le prammatiche del Re perché nello stesso anno fu autorizzata la terza estrazione annuale del Lotto e nel 1737 si arrivo fino a nove estrazioni annuali. Nonostante la sua illeicità il Lotto assicurava all'Erario nel 1748 un'entrata di ben 178.000 ducati. Il REGNO D'ITALIA E IL LOTTO: La lotta all'azzardo clandestino deve essere nata prima dell'uomo tant'è che a quest'ultimo non resta che rassegnarsi a regolarlo per non perdere. Il primo a rendersi conto che le cose stavano veramente così fu Emanuele II di Savoia, che dopo aver emanato parecchie " lettere patenti" con le quali condannava i giochi e chi li gestiva si vide costretto nel 1674 a permetterli per non vedere i suoi sudditi andare a tentare la fortuna oltre i confini dello stato con la conseguente fuori uscita di valuta dal territorio. Ne assunse la gestione un tal Signor CHIAPISSONE che, in società con altri si impegnava a versare un congruo compenso nelle Casse dello Stato.Nel 1685 la concessione venne rinnovata ad altri fino a che, nel 1713, nonostante gli incassi soddisfacenti, il Duca Vittorio Amedeo II tentò di nuovo la repressione del gioco. Puntuale ecco riprendere la fuga di capitali dallo stato piemontese verso lidi più licenziosi. Non restava veramente altro da fare che legalizzare il gioco istituendo un ente che raccogliesse scommesse per Torino, Genova, e Milano. Si cercò di motivare tale situazione recuperando la tesi del soccorso. Era il Maggio 1742 e si documentava che detti fondi sarebbero stati usati in caso di urgenze e soccorsi senza ricorrere ad aggravio per i cittadini. Fino al 1798, con l'invasione dello stato Sabaudo da parte degli stranieri, nulla cambiò. Nel 1816 con l'unificazione dell'impero si istituì la Regia Lotteria con un nuovo regolamento che rimase invariato fino al 1860 con l'unificazione d'Italia. Anche a Napoli, dopo la caduta dei BORBONI e l'arrivo di Garibaldi sembrava arrivata la fine per il Lotto. Il 13 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi emanava il seguente decreto: ITALIA E VITTORIO EMANUELE IL DITTATORE DELL'ITALIA MERIDIONALE DECRETA: Art. 1 - Il giuoco del Lotto sarà gradualmente abolito finché totalmente cessi per il 1 Gennaio 1861. Art. 2 - E' Istituita in Napoli una Cassa Centrale di Risparmio la quale terrà un ufficio presso ciascuno dei dodici quartieri della città di Napoli Art. 3 - E' fatta facoltà ad ogni Municipio di chiedere l'istituzione di una Sede filiale della Centrale di Napoli. Art. 4 - Gli impiegati presso il cessante ufficio del Lotto saranno preferibilmente applicati al servizio della Cassa suddetta e delle sue dipendenze. Art. 5 - Il Ministro delle Finanze è incaricato dell'esecuzione del presente decreto. Napoli, 13 Settembre 1860. Ma il decreto non ebbe effetto, lo stato continuò a accettare il Lotto come legale gioco di stato anzi, nel 1861, con l'avvento del Regno d'Italia si incominciò a regolamentarlo prima in Toscana, Lombardia e Regno di Napoli, successivamente nel Veneto, negli Stati Pontifici e nel Piemonte. Con Quintino Sella, nel 1835, non si parlò più di abolizione. Al contrario, il Ministro delle Finanze era saldamento accorto, ed utilizzava i proventi derivanti dalle scommesse per cercare di sanare il deficit pubblico oltre che a gravare la popolazione con le imposte. Il Lotto era anche allora l'imposta che gli Italiani pagavano più volentieri e rispettando le scadenze. Nel 1866 la nuova guerra obbligò gli italiani a ristrettezze ed il Lotto trovò periodi difficili introitando sempre e comunque circa 49 milioni di lire rispetto ai sessanta del 1865. Tra il 1869 e il '70 le casse del Lotto portarono le loro entrate a livelli che superavano gli ottanta milioni di lire. Nell'annata tra 1910 e il 1911 nonostante tutto, le recensioni di Ciro Scotti che nel suo progetto per la riforma finanziaria del 1860 scriveva testualmente "...... demoralizza la famiglia, attacca i capitali e preclude la speranza ancora di far allignare le amiche Casse di Risparmio. Ma tutte queste ragioni non sono sufficienti a non controbilanciare le conseguenze di un urto violento che ne risentirebbe il popolo nella benché giusta abolizione del gioco. I costumi non possono ad un tempo cangiarsi."     LA FORZA DEL LOTTO E' proprio in queste parole che il Lotto trova la sua forza. "Se non è oggi è domani" è la formula che porta migliaia di persone a riprovare, a continuare a sperare che la prossima sia la volta buona. Ecco perché il Lotto ha superato qualsiasi tipo di battaglia arrivando fino ai giorni nostri e restando comunque la più giocata tra le scommesse con la sorte. I numeri sono sempre quelli, novanta, e tutte le settimane, prima, ogni tre giorni adesso, vengono ripetuti in infinite combinazioni che regalano premi in danaro per alcuni, e continua speranza agli altri. La scienza del Lotto, come tutte le scienze ha il suo linguaggio. Nel 1845 a Napoli non c'era povero o ricco che rifiutasse la sfida. La "Smorfia Napoletana" era continuamente usata per trasformare in numero qualsiasi evento.

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Il gioco del lotto è stato sempre concepito come gioco prevalentemente napoletano, dato il numero rilevante di persone che lo frequentavano. Sul lotto a Napoli, esiste sufficiente documentazione da ricavare che, il "gioco a Napoli" fu introdotto piuttosto tardi, nel 1682 ( in Francia si giocava dal 1539, a Venezia dal 1590 e a Genova,Torino e Milano dagli anni successivi).Il lotto fu introdotto a Napoli dai suoi governanti per il bisogno di incrementare le entrate dell'erario e per questo prevalse sui pregiudizi sia di carattere morale che religioso, alimentati dalla Chiesa, che considerava il gioco del lotto unitamente ad altri giochi d'azzardo peccaminoso, perseguitando chi lo praticava.Questu ultimi presero il sopravvento dopo lo spaventoso terremoto del 1688: sia perchè le cause del disastro si fecero ricadere sulle fragilità morali, tra le quali i vizi del gioco, sia percgè vennero alla luce riti stregoneschi legati al lotto. Il gioco del lotto fu abolito a Napoli, ma superato il momento di penitenza, la gente riprese a giocare alle lotterie delle altre città; fu questa la ragioneche,unitamente alle esigenze finanziarie dello Stato, indusse il vicerè Carlo Borromeo nel 1712 a ripristinare il lotto locale. Un successvo dibattito accesosi a Roma, indusse il papa Alessandro VII a vietare il lotto per motivi religiosi e morali e a scomunicare i giocatori. Dopo qualche tempo con Clemente XII ripristinò un gioco che contribuiva a risolvere i problemi finanziari dello Stato pontificio. Questo spiega analogamente perchè Carlo III, diventato re di Napoli, decise dopo qualche esitazione di mantenere in vita il gioco. In questi anni si ebbe la gestione diretta del gioco alla Corte e l'aumento del numero delle estrazioni, che da due salirono prima a nove e poi a diciotto l'anno, e nei decenni successivi, dal 1806 si tennero due estrazioni al mese e dal 1817 la lotteria ogni sabato.L'ultimo tentativo, subito vanificato, di abolire il lotto fu fatto nel 1860 da Giuseppe Garibaldi. Il nuovo regime anzi favorì la passione del gioco, la cui amministrazione fu affidata al Ministero delle Finanze, consentendo al giocatore di puntare su otto ruote italiane. D'altra parte sopprimere il lotto si correva il rischio di mettere sulla strada diversi impiegati e con il rischio peggiore di favorire lo sviluppo del lotto clandestino.Non mancano critiche nel mondo intellettuale napoletano con Giustino Fortunato e Matilde Serao, i quali vedono nel gioco del loto una grande immoralità, più si è poveri e più si corre al lotto, lo stato è colpevole in quanto attraverso il gioco accumula denaro dei cittadini più poveri incrementando la miseria popolare e perchè incoraggia il vizio di un gioco che alimenta superstizione e la speranza illusoria di un miglioramento che deve essere invece realizzato col lavoro e il risparmio. La statistica porta che nei giorni che precedono l'estrazione aumentano i reati, si fanno più pegni al Monte di Pietà, avvengono le maggiori risse e cosa più grave che il popolo si mette nelle mani dell'usura. Per giocare al lotto ci si rivolge ad alcune potenze soprannaturali che conoscono il futuro e quindi anche il futuro dei numeri, lo possono comunicare e scelgono di farlo ai loro devoti.Se ne possono distinguere in almeno tre categorie: i santi ( S. Pantaleone, la Madonna,...), i folletti ( il Monaciello ), i morti ( le anime purganti ). Dio quasi mai è pregato direttamente, molto spesso sono invocati la Madonna, l'angelo del cielo e alcuni santi. Da Dio deriva ogni potere e quindi anche di violare il segreto del futuro, ed è proprio questo che scoraggia il desiderio di invocarlo direttamente. Secondo il Libro magico di San Pantaleone, si può vincere un terno scrivendo su un pezzo di carta di forma rettangolare la seguente formula, nella quale si inseriranno di volta in volta i numeri:" In nome della Santisima Trinità-Padre,Figliolo e Spirito Santo-Sogno benefico su questi-numeri...-Angelo del cielo,aiutatemi"; andando a letto si metterà la carta sotto il cuscino: durante il sonno si avrà una visione, dalla quali si capirà se i numeri usciranno o meno.Un altro rito per vincere un terno è: il lunedì sera si pregherà il Signore o la Madonna e poi si reciterà cinque Pater e cinque Ave, poi si dirà:" Oggi è luna e dimane è marte, A sorte mia mo se parte,Vene pe mare, e vene pe terra,Viene 'nzuonne sorta mia bella, Viene 'nzuonne e non m'appaurà, Tre belli nummere famme sunnà". La notte la persona che avrà pregato sognerà qualcosa e dal significato del sogno ricaverà i numeri. La Modonna è stata sempre invocata dai giocatori del lotto, soprattutto la Madonna di Piedigrotta, con lascensione di lumi, la Madonna del Carmine, indicata come la Mamma nera, dava ogni anno i numeri per il tramite di un monaco dell'annesso convento, e tutta la città li giocava.Anche San Gennaro, il santo più invocato a Napoli soccorre i giocatori delo lotto. A Napoli il santo protettore del lotto è S. Pantaleone, giovane medico martirizzato con la decapitazzione intorno al 305 sotto l'imperatore Massimiliano, legato al culto del sangue e venerato in una chiesa di Ravello e in un'altra di Roma e in passato anche in una chiesa di Napoli, il suo legame con il gioco del lotto è in relazione alla sua professione di medico e con la sua funzione di santo taumaturgo, dal momento che nelle credenze tradizionali il medico aveva un rapporto coi morti e la medicina si riteneva avesse forti legami con l'astrologia, inoltre con la sua condizione di martire decapitato lo si assimilava ai morti di morte violenta. E' opinione diffusa che i morti conoscano il futuro e possano comunicarlo atrtraverso i sogni o altri segni, ma pare che questa facoltà si riconosca in modo particolare ad alcune categorie di morti, i giustiziati, specialmente se decapitati, che abbiano però lasciato il mondo pentiti, i morti di morte violenta più in generale e le anime del Purgatorio, in virtù della loro condizione di anime sospese tra l'aldilà e l'aldiquà, che rende più facile la comunicazione tra i vive e i morti.Il folletto che da i numeri in area napoletana è il Monaciello, di cui Matilde Serao ci ha raccontato il mito. catarinella, figlia di mercanti e Stefano, giovane aristocratico, si amano, contrastati dalle famiglie. Durante un incontro amoroso Stefano è ucciso e la donna impazzita dal dolore è ricoverata in convento, dove partorisce. Il bambino rimane col passare degli anni un essere minuto e la madre per farlo crescere si vota alla Madonna e veste la sua creatura da piccolo monaco, bianco e nero. Il bambino rimane tuttavia un nanetto con la testa enorme, il volto terreo e gli occhi grandi, la gente lo chiama "lu munaciellu", e si convinxìce sempre più che abbia poteri soprannaturali. Poi la madre scompare e qualche tempo dopo anch'egli svanisce nel nulla, portato via dal diavolo secondo alcuni, per altri ucciso dai parenti del padre, come dimostrerebbero i resti di un bambino mostruoso trovati in una cloaca. ma tutti sono convinti che egli si aggiri ancora nel quartiere e faccia la sua apparizzione nelle case, diventanto spirito capace di fare il bene e il male, di vendicarsi e di premiare. per questo è fatto oggetto di culto, gli si dedicano novene e scongiuri, e in particolare il disperato giocatore di lotto gli fa scongiuro tre volte, per averne i numeri sicuri. Anche i luoghi dove si aggirerebbe sono quelli popolarissimi, i vicoli di S.Agostino della Zecca, di Forcella e dei Mercanti, ma egli tornerebbe con frequenza anche a Posillipo il luogo del suo amore sfortunato. Come le altre potenze che danno i numeri anch'egli pretende il silenzio da coloro che fa vincere e arricchisce, e sa essere vendicativo e manesco con chi trasgredisce questa regola.Gli assistiti, sono coloroche comunicano con gli spiriti, ed alla loro assistenza deve la facoltà di conoscere in anticipo i numeri vincenti, non solo quelli della prossima estrazione, ma anche quelli di un mese, di un anno e addirittura di un secolo, che dona a suo piacimento. Fino a qualche tempo addietro si credeva che gli assistiti napoletani fossero settantadue , il numero della meraviglia, che ricorre con frequenza nei loro enigmi.     Altri intermediari di rilievo sono i monaci, soprattutto quelli caratterizzati da note di diversità o segnati nel fisico o nella vita, e gli eremiti.La Pacchiana, che dava i numeri ai giocatori del lotto, è un personaggio più mitico che reale. Si diceva fosse una contadina di Pozzuoli, che di notte andava ad ispirarsi nella grotta della Sibilla cumana e ,usciva da lì, volgeva ai raggi della luna uno specchio, in cui vedeva dei numeri scritti con caratteri di sangue. Intermediari sono anche i "femminelli", non essendo nè uomini e nè donne, sono figure per eccellenza della diversità, e compaiono non a caso tra le anime del Purgatorio. Femminelli napoletani danno anche i numeri della tombola, anch'essi basati sulla Smorfia. Fino a qualche tempo fa venivano attribuite le caratteristiche degli intermediari anche ai rivenditori ambulanti della Smorfia: erano i sapienti che conoscevano il libro e la gente si rivolgeva ad essi per farsi spiegare i sogni, solitamente avevano un santo con sè, che diceva loro i numeri.Oggi queste figure di specialisti perdono sempre più terreno, i giocatori però continuano a credere nelle persone segnate da menomazioni fisiche come i gobbetti, perchè secondo un modo di pensare costoro sarebbero le vittime e gli innocenti della vita, sono in continuo contatto con Dio e Dio avrebbe in loro la fiducia e darebbe loro il potere di predire i numeri e di aiutare coloro che corrono gravi pericoli di miseria.

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Il Gioco del Lotto a Firenze nacque nel 1556, per iniziativa di Cosimo I e di alcuni ricchi mercanti. Nel 1688, per proteggere il Lotto nazionale, fu proibito ai cittadini di prendere parte al "Gioco del Seminario" di Genova.Oltre che a Firenze le estrazioni avvenivano anche a Pisa e a Livorno. Le "prenditorie", ovvero le antiche ricevitorie, erano obbligate a registrare tutte le giocate, proprio come avviene al giorno d’oggi.Nel 1784, l'amministrazione del Lotto passò dai privati allo Stato senza che il regolamento subisse fondamentali variazioni. Il gioco continuò senza ulteriori riforme anche nel 1802, quando al Granducato successe il Regno d'Etruria, mentre più tardi fu introdotta la Lotteria Imperiale di Francia con le sue regole.L’antico Lotto fiorentino ritornò di pari passo con la restaurazione del Granducato, nel 1814. Nel 1821 Ferdinando III di Lorena corresse nuovamente il gioco, e introdusse una impostazione che sarà in seguito presa ad esempio dal Lotto del Regno d’Italia. Ad ogni 4000/5000 abitanti corrispondeva una ricevitoria e i ricevitori potevano nominare dei sostituti per la raccolta del gioco nelle zone circostanti. Le giocate possibili erano l'estratto semplice, l'estratto determinato, l'ambo, l'ambo determinato ed il terno.Le estrazioni erano 48, una metà in Toscana, le altre a Roma.Ai 90 numeri estratti corrispondeva il nome di una fanciulla bisognosa, nubile e di provata moralità, alla quale in caso di sorteggio favorevole veniva attribuita una dote di 100 lire. Introdotto a Roma nel ‘600, fornì la dote alle zitelle povere      L’ingresso del lotto in Italia può datarsi al XVI secolo ad opera di un patrizio genovese, Benedetto Gentile ed è da collegare alle scommesse praticate a Genova in occasione del rinnovo semestrale dei 5 membri dei Serenissimi Collegi, sorteggiati fra 120 nomi, ridotti poi a 90 - come i numeri del lotto - messi in una urna detta “seminario”. Da Genova, il lotto arrivò a Roma, ma venne proibito da Innocenzo XI nel 1685e da Innocenzo XII nel 1696. Fu consentito da Clemente XI (1700-21) e da Innocenzo XIII (1721-24), venne proibito in perpetuo da Benedetto XIII nel 1725 per essere poi confermato da Clemente XII (1730-40) e di nuovo abolito perché i romani continuavano a puntare sui lotti “ esteri “, tanto che il papa si servì persino della scomunica.L’estrazione del nuovo lotto avvenne giovedì 14 febbraio 1732 in cima allo scalone del Pa¬lazzo capitolino. In prin¬cipio, si tennero 9 estrazioni l’anno, sempre il giovedì. Dal Diario di Roma del 2 febbraio 1743 sappiamo che la loggia della Curia Innocenziana, ossia del Palaz¬zo di Montecitorio, fu la nuova sede per l’estrazione dei numeri del lotto.A Roma, come a Napoli, il lotto fu espressione di fede popolare mista a superstizione. Numeri sicuri si ottenevano recitan¬do una novena a Sant’Alessio o a San Pantaleone che si credeva andasse di persona in casa delle postulanti, oppure piantando 90 chicchi di grano in un vaso di terra raccolta accanto alla croce di San Lorenzo. Anche dai frati zuc¬coni o torzoni (i conversi) si potevano avere numeri vincenti.Gli astri erano una fonte di ispirazione: le stelle vicine alla luna annunziavano numeri bassi, quelle lontane numeri alti. Per¬fino le esecuzioni capitali costituirono ottimi spunti per i numeri da giocare, naturalmente effettuando dei precisi riti, come correre di notte davanti alla chiesa di S. Giovanni decollato - dove si seppellivano i giustiziati pentiti - o al Muro Torto - dove si buttavano i corpi degli im¬penitenti – recitando delle preghiere. Occorreva, però, tradurre in numeri da giocare i segni delle anime, attraverso il “Libro dell’Arte” o dei sogni. Indossare la camicia di un giusti¬ziato dava la certezza di una sua apparizione in sogno e dei numeri fortunati.Nel 1811, durante la dominazione francese, le estrazioni fu¬rono spostate nell’abside della SS. Concezione a Campo Marzio, ma il 5 novembre 1841 Pio VI le riportò a Monte¬citorio.I proventi del lotto furono utilizzati in un primo tempo per le doti delle zitelle povere, poi per utilità pubblica.Gli ebrei erano obbligati dal Governo Pontificio a giocare serie di numeri delle prime decine, senza alcuna combinazione, per il timore che avessero la facoltà di prevedere le estrazioni.Per avere fortuna al lotto i cristiani tenevano in tasca un trifoglio o due denti legati con un filo di seta sba¬vato da una lumaca, oppure in casa una lucertolinaappena nata o con due code, o il corno di un bu¬falo macellato secondo lenorme ebraiche e tenuto una notte all’aria aperta.I numeri, contenuti in un’urna d’argento, “terrina”, venivano estratti da un orfanello, chiamato dai romani “roffianello”, perché sospettato complice dell’Im¬presa pontificia de’ Lotti.Dal 1814, le estrazioni furono 48 l’anno, 24 a Roma e 24 sui lotti toscani i cui risultati arrivavano la domenica o il lu¬nedì. L’estrazione si faceva il sabato mezzogiorno, ma veniva anticipata al venerdì se il sabato era festivo.


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Lotto, “pazzo chi joca o pazzo chi non joca”. Di fronte a questo assioma c'è, o forse ci sarebbe, poco da dire;sono due verità inconfutabili dalle quali non si sfugge. Certo in una città come Napoli dove la vita si inventa giorno dopo giorno, dove i sogni la fanno da padrone, dove la fantasia del quotidiano galoppa su un bianco cavallo per interminabili prati, dove la tradizione è radicata come l'edera, non poteva non attecchire il gioco del Lotto. La ritualità che accompagna le “fatidiche” estrazioni dei cinque numeri l'incantesimo della mano innocente del fanciullo bendato che li estrae dall'urna, le tradizioni, le credenze, le abitudini, le superstizioni, le divinazioni ad esso legate, sono inscindibili dal fascino che emana. Se venisse a mancare tutto ciò, ci troveremo di fronte ad una sterile estrazione di una qualsiasi lotteria, come accade altrove. Noi napoletani, diversamente da altri popoli, ancora oggi, alle soglie del terzo millennio, riponiamo nel gioco del lotto le più segrete fantasticherie del nostro animo.Un antico motto diceva così: “ 'A speranza è 'o pane d' 'e puvurielle” Chiara la metafora?Dal 1576 già praticato nella repubblica di Genova, il gioco del lotto approdò a Napoli dopo un secolo circa.Citiamo da: Franco Strazzullo - “I giochi d'azzardo e il lotto a Napoli” Liguori editore:A Napoli, dove pullulano le bonafficiate, fu breve il passo dalle lotterie private alla lotteria di stato, cioè al lotto. Avvenne nel 1672 e ad introdurlo fu determinante un grave fattore politico. La Spagna aveva bisogno di 350.000 ducati. Il viceré, Marchese di Astorga, per non gravare di balzelli il popolo, andava escogitando "qualche espediente per scorticare e non guastare la pelle nel ritrovarli". Ci fu, allora "un erudito ingegno forastiero che propose d'introdurre la beneficiata all'uso di Venezia e di Genua, affinché con il lecco di vincere alcuna cosa per le cartelle che si mettono da' particolari, si venghi a fare il guadagno poi di alcun milione".L'idea convinceva e non convinceva: "questo va sussurrato con qualche secretezza, però si attende a quello che riuscirà".A nulla son valse le innumerevoli traversie di carattere politico, economico, religioso che nei secoli hanno cercato disperatamente di minare le sorti del gioco a Napoli. Farne la cronaca potrebbe risultare noioso e monotono considerando che tutte le trasformazioni e qualche volta addirittura la repressione, sono state, come appena detto, la risultanza del sistema regnante, degli interessi economici e del potere politico. Non per questo, però, sorvoleremo dal pubblicare una serie di straordinarie testimonianze del gioco del lotto a Napoli.È d'obbligo una precisazione, per rendere più comprensibile quanto di seguito pubblichiamo. Poiché, in quel tempo, come abbiamo poc'anzi accennato, intorno al gioco vi erano numerose diatribe, infiniti decreti ed inenarrabili interessi, fu stabilito di abbinare ad ogni numero una persona. Questo serviva a giustificare ed a rendere “lecito” il gioco, poiché la persona abbinata, chiaramente un povero, beneficiava di un premio laddove fosse stato estratto il numero a cui era stato abbinato. Ecco perché, tra l'altro, sovente si adoperava il termine “beneficiate”. Questa usanza datata 14 agosto 1520 risale alla più antica “bonaficiata” napoletana, e precisamente alla concessione rilasciata a: Giovan Battista Cavallo “per subventione et subsidio del maritaggio di Beatrice Bayola de Andreana sua nipote”. Va ricordato che nel XVII secolo l'estrazione avveniva due o tre volte l'anno. Solo dal 1737 furono aumentate il numero di estrazioni e divennero 9; poco dopo il 1797 salirono a 18. Va inoltre notato che curiosamente in quell'anno furono abolite le estrazioni tra il 20 gennaio ed il 27 giugno, fatta salva solo quella dell'8 giugno in cui furono estratti i numeri: 23 - 3 - 40 - 8 - 74. Con il 1806 la lotteria venne tirata con regolarità 2 volte al mese e dal 1817 ogni sabato.Infine, è dei nostri giorni 1998, la cadenza bisettimanale del mercoledì e del sabato.Ognuno ha quel che si merita! E Napoli, tra la fine dell” 800 e l'inizio del '900, ha avuto Luigi Callegari, in arte “Cagli-Cagli” professione: “assistito per combinazione”. Prima che si estraesse un numero egli il più delle volte lo prediceva: - 18 -, e 18 usciva; - 24 -, e 24 veniva fuori; - 37 -, e 37 annunciava il funzionario addetto all'estrazione. Figurarsi ciò che accadeva! In men che non si dica, “Cagli-Cagli” divenne l'idolo dei giocatori. “Assistito da spiriti benefici” che gli suggerivano i numeri “certi”, lo si spiava, lo si seguiva, lo si controllava. Muoveva una mano? 5! Rideva? 19! Saliva su un tram? 18! Guardava l'ora? Che ora è? Le 10? E questo era il numero da giocare! Insomma non era più considerato un uomo, ma un numero, anzi tutti i novanta numeri contenuti nella fatidica urna. Tutti sappiamo che oggi l'estrazione dei numeri avviene negli uffici dell'Intendenza di Finanza in presenza dei suoi funzionar! in ciascuna città facente parte le cosiddette “ruote”, e cioè: Bari, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Venezia, ma anticamente? A Napoli, l'estrazione avveniva dapprima in Rua Catalana, poi al Vico Mezzocannone, intorno al 1650 fu trasferita presso la Regia Camera della Sommaria, e via via altre sedi, prima di giungere al palazzo del lotto sito in Via Grande Archivio, dove ha sede attualmente. .

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siamo agli albori del regno d'Italia ed i biglietti del Lotto sono ancora del tipo borbonico. Un'attenta lettura del documento ci fornisce le seguenti informazioni: il n. 31, che si legge sotto la data 11 lug 1863, si riferisce alla validità della giocata e cioè alla 31-esima estrazione dell'anno. Il premio da pagarsi, in caso di vincita, sarà per l'ambo 1 e 3/5 volte la posta mentre per il terno 22 e 1/2. Infine sappiamo che i numeri giocati furono: 2 - 50 - 84 a ciascuno dei quali era abbinato un nominativo di persona bisognevole (coll. M. Pirone).

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Biglietti risalenti agli anni '20 del secolo passato. In alto sono riportatii bolli stampigliati sul retro degli stessi ed indicano la cifra della massima giocata(coll. M. Pirone

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Serie di biglietti di epoca moderna. il diverso colore, elemento distintivo della validità massima della giocata, trae origine da antichi biglietti così realizzati al fine di essere riconosciuti anche dagli analfabeti (coll. A. Gamboni).

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Personaggio - ieratico - fu 'O monaco 'e San Marco. Che fosse veramente monaco, lo sa soltanto Iddio, o meglio il Diavolo, trattandosi di una figura che di monacale aveva solo l'abito... Quando si dice che l'abito non fa il monaco, in questo caso, l'abito lo faceva ... e come! Lavorava nel quartiere dei Cristallini, dove godeva fama di buon vaticinatore. I numeri, nota bene, li dava solo alle donne ritenendo, le donne essere le solo meritevoli dell'assistenza divina. E di donne sotto la sua finestra ve ne erano sempre una infinità, provenienti anche da altri rioni, tutte chiedevano di essere ricevute per avere da lui i numeri - certi -. Ma lui, i numeri non li pronunciava mai! Non si comprometteva. Operava nello stesso modo del tanto famoso e tanto diverso "Cagli-Cagli", e cioè per gesti, lasciando alle sue - protette - la fatidica divinazione cabalistica. Ma ... quali erano i suoi gesti? Quelli spontanei ed ingenui del buon Cagli-Cagli, che si esprimevano con mosse aggraziate e spettacolari o con strane parole? No di certo! 'O monaco 'e San Marco, si muoveva in tutto altro modo e con tutt'altro scopo. Toccava le donne senza troppi riguardi, e costoro dovevano dedurre, i numeri,in base alle zone del corpo in cui venivano toccate. Per cui le "predilette" che riuscivano ad ottenere la "grazia" o la "fortuna" di essere ricevute, dovevano stare ben attente, non tanto a se stesse, (poiché ogni mossa del monaco era ritenuta santificata) bensì alle parti del loro corpo in cui il monaco le - palpava -. Dove si posavano, dunque le mani? È facile intuirlo (consultando la cabala) dagli ambi che le signore giocavano: 6 e 16; 6 e 28; 16 e 28. Ma, un giorno, accadde l'inverosimile. Un marito sospettoso che aveva subdorato il fatto, travestitesi da donna, e perfettamente attrezzato di tutti i più appariscenti ingredienti anatomici femminili, riuscì a farsi ammettere alla presenza del buon monaco la cui mano, però ebbe di che deludersi, visti i numeri che ne vennero fuori: 5 e 29!

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Lotto e scommesse, passioni antiche. Nel ’500 il gioco d’azzardo visse un momento singolarmente vitale e, dopo veti e divieti, in particolare della Chiesa, raggiunse il riconoscimento ufficiale. di Roberta Skerl La passione per l'azzardo Ci si sono messi Proust, Dostoevskij, oggi persino la psicoterapia a cercare di spiegare quale sia la forza calamitante che attrae un individuo, apparentemente sano e consapevole di sé, verso la gola profonda che è il gioco d’azzardo. Hanno scritto splendidi romanzi e costruito architetture analitiche di grande suggestione, ma di certo c’è ancora, soltanto, che la sfida della sorte è passione, o malattia, antica quanto il mondo. Naturalmente, da condannare! Salvo poi buttarcisi a capofitto, giocatori e Istituzioni, ognuno nel proprio piccolo, chi per tentare la fortuna chi per guadagnarci sopra. Il Rinascimento non è stato risparmiato dal vizio del gioco. Anzi, in quanto epoca particolarmente viva da un punto di vista economico, con i soldi che giravano, le città che si riempivano di mercati e mercanti, i commerci che qualche moneta la facevano vedere finalmente anche ai più poveri tra i poveri, l’alta società che aveva scoperto il piacere della mondanità, il gioco d’azzardo visse, nel Rinascimento, un momento singolarmente vitale. Si giocava e si scommetteva. Si puntava denaro sui dadi, sulle carte, sull’esito di una partita a palla, su quello di un torneo tra cavalieri, persino sull’arrivo o meno in città di un certo principe o su quale sarebbe stata, tra tante navi, la più veloce a rientrare in porto dopo il proprio viaggio. Il tutto nonostante le proibizioni.Naibi, tarocchi, minchiate, in carta o in tela, depinte, miniate, le carte divennero una passione collettiva cui soprattutto i signori non rinunciavano, abdicando invece spesso alla propria signorilità. Come fece Beatrice d'Este che, a Milano, letteralmente spennò i propri ospiti portando via loro tutto quanto avevano in tasca e ricevendo gli entusiastici complimenti del marito cui fece grandissimo piacere "havere inteso che avendo voi giocato con coloro li habiati pelato, eccetto poi ricordare alla consorte de tenere bono cuncto del tuto, acciochè, quando siati ritornata de qua, ne possi avere quanto tocharà a mi". L'invenzione della stampa diede il colpo finale, consentendo una diffusione ancor più ampia ed a minor prezzo delle carte. A quel punto, divenne indispensabile per gli Stati trovare una formula che in qualche modo legittimasse il gioco e, perché no, permettesse loro di guadagnarci. Ogni Stato, e più di ogni altro quello Pontificio, vietava il gioco d'azzardo, considerandolo penalmente perseguibile oltre che immorale, e riempiva i propri Statuti di decreti, leggi, divieti che non riuscivano però nemmeno ad arginare il fenomeno. Poco poterono anche i predicatori del Quattrocento, i cui anatemi, se riuscivano a convertire un'anima votata all'azzardo, ne lasciavano praticamente indifferenti altre decine. Si impose così la necessità di una giurisprudenza più morbida che certo non favorisse il gioco ma neppure lo punisse come il peggiore dei peccati. Arrivarono allora alcune concessioni, come quelle genovesi che consentirono di giocare in luoghi pubblici ma con limiti di puntate precisi e in giorni ed orari determinati; o quelle del governo di Firenze che permise il gioco solo ai maggiori di 24 anni. Alla fine del XV secolo, poi, a rendere ancor più arduo il tentativo di frenare il gioco d'azzardo, giunse una vera e propria febbre da carte.Il gioco del Seminario, ovvero il Lotto Probabilmente, il primo embrione di gioco ufficiale legato alla sorte è nato a Milano per iniziativa di un banchiere, tal Cristoforo Taverna, che il 9 gennaio del 1449 bandì l'estrazione pubblica di sette borse della ventura, contenenti ognuna rispettivamente 300, 100, 75, 50, 30, 25 e 20 ducati. È incerto a quale titolo, ma il ricavato andava al Comune e la cosa piacque tanto che proseguì a lungo negli anni, con il nome di cabala o tontina, con tanto di amministrazione gestita dagli officiales cabalarum. Anche a Modena e Ferrara si diffuse il gioco della ventura e a Venezia divenne una sorta di appuntamento fisso una lotteria a premi nella quale si vincevano gioielli, quadri, tappeti. A Firenze, nel 1530, fu addirittura istituito un sorteggio pubblico utilizzando i beni confiscati ai ribelli antimedicei, mentre a Lucca la posta era costituita dai lotti di terra della famiglia Guinigi. Ma la comparsa del Lotto vero e proprio, inteso in senso molto simile a quello in cui oggi noi lo conosciamo, avvenne a Genova nei primi anni del Cinquecento. Due volte l'anno venivano eletti cinque nuovi membri del Maggior Consiglio, scelti tra centoventi cittadini meritevoli del privilegio per prudenza e virtù. I nomi degli aspiranti venivano inseriti in un'urna detta seminario che diede nome al gioco dalla quale erano poi estratti i nominativi dei cinque futuri Magistrati. Occasione a dir poco unica per gli appassionati scommettitori che, da prima, puntarono in proprio, poi costituirono vere società e cominciarono ad articolare le regole stabilendo, per esempio, la possibilità di indicare uno, due o tre nomi possibili, congegno dal quale nacquero le giocate di estratto, ambo e terno. In brevissimo tempo, il Gioco del Seminario assunse dimensioni di massa, il giro d'affari che vi si creò intorno raggiunse livelli troppo grandi perché i tenitori non sentissero di doversi salvaguardare dal pagamento di eventuali vincite superiori agli incassi, e costituirono il Monte delle Scommesse, vale a dire un fondo comune al quale attingere nel malaugurato caso di dover far fronte a perdite ingenti. Nel 1576, il Governo della Repubblica costituzionalizzò il Gioco del Seminario con una legge e diede il via alla sua definitiva diffusione in tutta la Penisola, poi imitata anche all'estero. Alla fine, all'urna cedette anche il Papa A Napoli, Milano, Venezia, Torino, il gioco prese piede ovunque. L'inevitabile divieto il Gioco del Seminario lo incontrò solo nello Stato della Santa Romana Chiesa che considerava il Lotto un peccato gravissimo. Ma certo era difficile imporne il divieto in una città nella quale all'interno degli stessi palazzi pontifici, in occasione della riunione del Concistoro voluta nel 1500 da papa Alessandro VI per l'elezione di alcuni cardinali si puntava sull'esito della seduta, e dove una sorta di estrazione fu organizzata nel 1513 per giocarsi il nome del futuro Papa, successore di Giulio II appena deceduto. Risultato di tanto rigore da parte della Chiesa, fu il proliferare dei Lotti clandestini, nei quali si puntava sulle giocate delle altre città. Nel 1666 papa Alessandro VII Fabio Chigi ordinò la scomunica per chiunque fosse colto a giocare ed altre ferme proibizioni seguirono nei decenni successivi, sempre inutilmente. Bisogna arrivare al 1732 perché il Lotto sia accettato anche a Roma, subìto dalla Chiesa che non rinuncia, però, a rivestire il gioco dei 90 numeri di una morale cristiana e benefica. L'estrazione legalizzata riguarderà, infatti, i nomi di novanta giovani nubili romane, prive di mezzi, che verranno imbussolati e posti in un'urna dalla quale ne saranno estratti cinque; alle fortunate andranno in premio l'abito nuziale e cinquanta scudi; con il rimanente dei proventi, il Papa finanzierà opere di pietà. Il resto è storia d'oggi, con la patologica passione per il gioco d'azzardo ancora vivissima e la sua legale, ufficializzata riprovazione. A NAPOLI il LoTTO è TRADIZIONE. In molti pensano che il gioco sia proprio un'invenzione partenopea, ma qui il Lotto si diffuse relativamente tardi. Alla sua prima apparizione, nel 1682, era prevista una sola estrazione annua. In seguito le estrazioni furono portate a due o tre all'anno. Nel 1689 il Gioco del Lotto venne addirittura abolito, perché considerato "pernicioso per gli interessi delle famiglie", e i napoletani dovettero attendere ben 24 anni prima di poter tornare a giocare.Nel 1774, per dare impulso al gioco, vennero affiancate alle nove estrazioni di Napoli altre nove che avevano luogo a Roma, finché nel 1798 fu deciso che tutte le diciotto estrazioni fossero effettuate a Napoli. Estrazioni che salirono a 24 nel 1804, e poi a 26 nel 1811, sotto la dominazione francese.Dopo un tentativo fallito di privatizzare il gioco, il Lotto napoletano continuò a diffondersi e le sue estrazioni a crescere di numero: nel 1817 se ne contavano 50, di cui 25 "ordinarie" e 25 "straordinarie", grazie anche all'abolizione del Lotto a Palermo.Le estrazioni si svolgevano ogni sabato a Napoli, con grande solennità e pompa, in una grande sala del Palazzo della Vicaria, la sede dei tribunali. Due persone del popolo venivano chiamate ad assistere alle operazioni, assieme alle autorità della Gran Corte dei Conti.Il Lotto a Napoli continuò a prosperare nonostante alcune interruzioni (nel 1861 anche Garibaldi ne decretò l'abolizione), fino ad acquistare, in seguito, il primato come raccolta fra tutte le province italiane dopo l'unificazione. Ecco forse spiegato il motivo per il quale il Lotto viene considerato un gioco inventato a Napoli.Napoli paese di magia, di superstizioni e numeri ha un forte legame con il gioco del lotto, e sebbene tale gioco si è diffuso tardi nella nostra città, solo nel 1682, Napoli è pur sempre stata considerata la capitale del banco lotto. Il gioco del lotto è nato a Genova nel 1539 dalle scommesse illegali che si facevano sui novanta nomi dei candidati che sarebbero usciti dalle urne per le elezioni al Senato e da allora nei secoli a seguire è stato fortemente ostacolato dalla Chiesa e dalle autorità governative in quanto ritenuto un gioco pericoloso e immorale. Persino noti personaggi storici lo abolirono, tra cui Vittorio Amedeo II nel 1713 e Giuseppe Garibaldi nel 1860. Ma, successivamente per far fronte alla continua crisi finanziaria il governo decise di legalizzarlo per trarne i dovuti profitti e dal 1817 fu stabilito che le estrazioni avvenissero ogni sabato. Oggi il gioco del lotto è regolato dal Ministero delle Finanze.

 

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Scommesse e Bonafficiate. L'inestimabile patrimonio di bancali e di documenti dell'Archivio Storico dell'Istituto Banco di Napoli-Fondazione, ci da l'opportunità di accompagnarvi in un singolare ed ineguagliabile percorso sul gioco della "Bonafficiata" (l'odierno gioco del Lotto) dal XVII al XIX secolo, da un punto di vista fino ad oggi sconosciuto, che va dalle Bancali emesse come versamento di una dote a 5 ragazze nubili e bisognose abbinate ai 5 numeri estratti, al canone di "arrendamento" (affitto) del gioco corrisposto alla Regia Camera, agli stipendi degli impiegati.Si va a delineare, pertanto, un affresco di una delle tradizioni più diffuse a Napoli già nella prima metà del 1600, intrisa di rituali, speranze e illusioni ,che le testimonianze del tempo, raccontano come tratto comune a tutta la popolazione, senza distinzione di classe e ceto sociale, dai sovrani agli indigenti, dai nobili al clero.Tale accanimento al gioco, ha catturato, nell'arco dei secoli, l'attenzione di illustri personaggi storici, da Matilde Serao a C.Dickens, da Don Bosco a Carlo Borromeo, dividendo la critica in accaniti detrattori e appassionati sostenitori; ponendo problemi morali e religiosi; creando tensioni con la Chiesa, la quale però, non si è mai sottratta nè dal giocare, nè dal partecipare alla gestione dell'impresa.Proveremo attraverso le nostre testimonianze storiche, a catapultarvi indietro di ben quattro secoli, e a raccontarvi avvenimenti che mettendo in moto la vostra immaginazione, riuscirete a rivivere le atmosfere e l'esoterismo che questo gioco porta con sè dalla sua nascita, che nessuno fino ad oggi è riuscito ancora ad indagare, nonchè, le speranze di coloro che hanno messo a repentaglio il proprio patrimonio, nel tentativo di dare una svolta al proprio destino, oppure per provare quel brivido che solo le scommesse sono capaci di procurare.Le origini del LottoLe tracce storiche documentate sul Gioco del Lotto, ci portano al 1448, precisamente a Milano, dove troviamo il gioco delle "borse di ventura", da molti storici considerato il precursore al lotto moderno. Ogni cittadino poteva acquistare il biglietto per partecipare a questa lotteria, che consisteva nell'assegnazione di 7 borse, contenenti: 300, 100, 75, 50, 30, 25 e 20 ducati, tramite l'estrazione di sette biglietti corrispondenti alle sette borse di ducati, a cui corrispondevano i nomi di sette giocatori.Nel 1576, a Genova, troviamo invece "Il Gioco del Seminario" (dal nome dell'urna in cui avveniva l'estrazione). Questo gioco risulta essere il vero e proprio precursore del Lotto moderno: nel XVI secolo a Genova 5 membri del "Maggior Consiglio della Repubblica", venivano estratti a sorte su un totale di 120 cittadini particolarmente meritevoli.Qualche anno dopo i possibili candidati all'elezione di membro del "Maggior Consiglio della Repubblica" furono ridotti a 90, quindi i nomi dei candidati furono sostituiti dai 90 numeri. Inizialmente le giocate nacquero spontaneamente tra la cittadinanza, ma in poco tempo nacquero delle vere e proprie società che "tenevano il banco", e che definirono inoltre le prime regole ufficiali del gioco stesso.Alcuni individuano l'origine del termine "lotto", dalla parola "hleut", di antichissima origine germanica, che designava i giochi a sorte basati su un'estrazione. Il vocabolo, infatti, veniva usato per chiamare l'oggetto, simile a un disco, che veniva estratto gettato, per decidere divisioni di proprietà e simili. Altre versioni vorrebbero che derivi dal francese "lot", il cui significato è premio, sorte; o dal "Gioco dell'Otto", la cui unione delle lettere col passare del tempo, avrebbe generato il "lotto". Svolgimento del gioco del Lotto La prima sede dell' Impresa del Lotto a Napoli, era situata nell'attuale vico Bonafficiata Vecchia, in un palazzo di proprietà del Pio Monte della Misericordia. Una sede temporanea, dato che, verso la fine del'700, l' Impresa fu spostata prima in Rua Catalana, e successivamente nell'abolito Sedile di Nido, attuale Pallonetto a Santa Chiara; il fabbricato, che era stato di proprietà del Sedile di Nido, fu censito dalla Regia Corte per 9 ducati l'anno, poi ridotti a D. 7,20. La sede era adibita alla stampa dei biglietti recanti i numeri, i nomi e l'importo delle puntate, e le matrici dei biglietti erano conservate in un armadio, che veniva sigillato e riaperto solo dopo ogni estrazione, per effettuare le operazioni di spoglio e di controllo delle vincite. Erano conservati inoltre, il denaro delle puntate, raccolto in sacchi e poi depositato al Banco, il bacile d'argento utilizzato per le estrazioni, e il cofanetto che conteneva i numeri estratti; questi venivano portati di volta in volta a Castel Capuano da un facchino in carrozza il giorno delle estrazioni.Dai Bandi risalenti alla seconda metà del 1500, si desume che nel Regno di Napoli prima ancora dell'affermazione del Lotto avvenuta nel 1682, erano ampiamente diffusi tutti i tipi di gioco d'azzardo, ed in particolare vari tipi di "beneficiate" (più comunemente soprannominate dal popolo "bonafficiate"), consistenti in lotterie pubbliche su sorteggi di oggetti di qualsiasi tipo, quali viveri, beni immobili, e in molti casi, anche preziosi [... ori, argenti...robe di abiti, biancherie, merletti...], la cui valutazione era effettuata da un perito; abbiamo testimonianza di tale prassi nel nostro Archivio Storico, allorchè scopriamo che il Corpo degli Eletti, decretò i crismi della valutazione dei beni messi all'asta dalla nobildonna Laura Carafa, sposa di Alfonso Caracciolo, Conte di Oppido, per il valore di 5.000 ducati.Si ha, anche, prova di scommesse su avvenimenti di vita reale, quali il sesso dei neonati, l'elezione di un Pontefice (27 Agosto 1590, Urbano VII) o persino il suo decesso; praticamente la mania del gioco contagiava tutta la popolazione, dalle classi meno agiate, che giungevano ad indebitarsi fino alla rovina, ai nobili in balia di una febbre incontenibile nell'illusione di una vincita, per arrivare per giunta al viceré Don Pedro de Toledo. Le beneficiate furono anche motivo di dispute fra il Corpo degli Eletti e il Vicerè, poiché, nonostante i continui bandi e i tentativi di abolizione dei giochi d'azzardo, dalle puntate derivava un munifico introito annuo di tassazione indiretta, al quale era impossibile rinunciare, ed alla cui ripartizione, molti avevano brama di partecipare.In seguito, quando gli agenti degli impresari degli stati esteri ove il Lotto era già in funzione, come la Repubblica di Genova, il ducato di Milano e quello di Savoia, si recarono a Napoli per raccogliere le puntate e trasferire il danaro agli appaltatori forestieri, favorirono la diffusione del gioco stesso.Le puntate sugli stati esteri continuarono anche quando il gioco fu impiantato nel Regno di Napoli nel 1682 dall'appaltatore napoletano Goffredo Spinola,di origine genovese, il quale fu autorizzato a ricevere puntate sulle ruote di Genova e Milano, città da cui arrivavano le liste stampate con l'indicazione di nomi, numeri e poste, e fu concordato che il tasso di cambio sarebbe stato fissato dalla Regia Camera, per evitare confusioni e disguidi verificatisi precedentemente all'emanazione del provvedimento.Quando, nel 1737, le estrazioni di Napoli furono portate a nove, l'aumentata possibilità di soddisfare le esigenze dei giocatori del Regno, tolse mordente alle estrazioni forestiere, a parte quelle del confinante Stato Pontificio, con il quale mantenevano rapporti i commercianti ed il clero.Al fine di disciplinare i rapporti descritti, nel 1753, don Giovanni Ruffo elaborò un progetto secondo cui la Regia Impresa di Napoli avrebbe dovuto gestire direttamente le puntate sulla ruota di Roma, in modo da incrementare le entrate fiscali, stroncare il gioco clandestino e favorire i giocatori esonerandoli dalle spese postali occorrenti. Il progetto non fu approvato, in quanto sarebbero state necessarie anche assunzioni di nuovi impiegati stipendiati, e ciò avrebbe comportato solo incidenze sugli introiti di Napoli e nessun guadagno, poiché si sarebbe presentata una fuga di danaro verso lo Stato Pontificio. Nel 1764 la Regia Camera si dichiarò favorevole al progetto, ma solo nove anni dopo, nel 1773, il Re autorizzò i sudditi del Regno a giocare a Napoli sul Lotto di Roma, attraverso un conto personale della Corona. Reciprocamente fu impiantato a Roma il gioco di Napoli, per cui si ebbero due lotterie. A Napoli, in Castelcapuano un incaricato della Nunziatura, attendeva le estrazioni, per poi farle trascrivere in un atto pubblico, consegnato ad un corriere appositamente inviato da Roma, ma dal 1809 il generale Miollis, Presidente della Consulta Romana, chiese ed ottenne che il certificato di estrazione fosse spedito a Roma attraverso una staffetta, al fine di economizzare le spese del corriere. Il numero delle estrazioni annue non era fisso, difatti nel 1682 se ne fece una sola, mentre se ne fecero due nel 1683 e nel 1684, e tre nel 1685. Nel 1688, quando il gioco fu abolito in occasione del terremoto, vennero fatte soltanto due estrazioni, per essere riportate a quattro nel 1713 con la ripresa del gioco, ma subito si ritornò a due, sino al 1734. Con la demanializzazione dell'arrendamento del 1737, le estrazioni furono portate a nove, e nel 1798 quelle di Napoli furono raddoppiate e abolite le puntate sulla ruota di Roma. Nel 1804 arrivarono a ventiquattro, per salire a venticinque del 1805, e ventisei nel 1806; fino a quando Ferdinando IV nel 1816, ritornato sul trono di Napoli, autorizzò altre ventiquattro estrazioni, denominate della "Lotteria straordinaria", in sostituzione di quelle di Palermo. Le estrazioni arrivarono quindi a cinquanta, e si mantennero tali fino all'unificazione d'Italia. Così come il numero delle estrazioni, anche i giorni in cui esse avvenivano, erano decisi dagli arrendatori e potevano essere effettuate in un giorno qualsiasi della settimana. Solo dal 1737 furono fissate definitivamente al sabato.La cerimonia dell'estrazione era attesa con grande ansia dal popolo, soprattutto dalle classi meno abbienti, che riponevano in essa le loro speranze e le loro aspettative di vincita. Ad attendere con trepidazione le estrazioni, erano anche le giovani zitelle che dal Lotto attendevano la dote per potersi sposare.Il bussolo dei numeri era di color cremisi (rosso vivo), mentre il fanciullo designato per l'estrazione , vestiva di giallo. Il rosso e l'oro predominavano anche negli addobbi dei due palchi che si erigevano a Castel Capuano, sede della Regia Camera Sommaria, dove su uno dei palchi, prendeva posto il magistrato più alto in grado presente all'estrazione, e su di un'altro, dove era situata l'urna, erano presenti i Consiglieri della Regia Camera, l'avvocato fiscale e il Cancelliere. Si procedeva poi all'elezione dei deputati, scegliendoli tra i presenti in sala. Quando tutti gli intervenuti avevano preso posto, sul palco saliva il fanciullo prescelto per estrarre i numeri, sul cui braccio destro era allacciato un braccialetto contenente sacre reliquie: in precedenza, a propiziarne la scelta, era stata celebrata una messa solenne nella Chiesa di Santa Caterina a Formiello. Uno dei magistrati leggeva ad alta voce i novanta numeri, ciascuno abbinato al nome di una donzella, li chiudeva man mano in altrettanti contenitori di forma sferica e li inseriva nell'urna. Dopo le preghiere di rito, il parroco di S. Caterina benediceva l'urna e il fanciullo e, un consigliere della regia Camera prima, e l'Avvocato fiscale poi, sollevavano l'urna agitandola, fin quando dal pubblico si gridava: "Non più, non più!". A questo punto il cancelliere apriva l'urna e il fanciullo, bendato, estraeva i cinque biglietti che venivano letti ad alta voce, controllati e poi esposti in un'apposita tabella. Dopo l'estrazione di ciascun numero, una persona del popolo, presente nel salone, si affacciava da una finestra e annunciava il numero estratto al resto della folla presente per strada che non era riuscita ad entrare nella sala di Castel Capuano.I premi venivano pagati immediatamente tramite le banche che custodivano i fondi del gioco, anche nei giorni festivi, secondo un dispaccio reale del 1° Ottobre 1778, che ordinava al Consigliere del Banco di S. Giacomo di richiamare in sede il "fedista" (cassiere), che era solito recarsi in campagna, oppure provvedere alla sua sostituzione; era assolutamente vietato, inoltre, ai postieri, accettare danaro da parte dei vincitori, od operare trattenute nelle vincite. Nell'anno 1687 le ricevitorie di Napoli si trovavano rispettivamente: in via S. Brigida, a Port'Alba, a via Toledo e a Porta S. Gennaro, ma nella prima metà dell'Ottocento le ricevitorie erano ormai arrivate al considerevole numero di 123, ed era in vigore l'usanza di effettuare una trattenuta del 5% sulle vincite a titolo di offerta volontaria. Estrazione delle zitelle-maritaggiIl Gioco del Lotto ha, da sempre, alimentato speranze di un fortuito arricchimento. In origine, intorno al XVI secolo, quando veniva chiamato "Gioco del Seminario", esso si svolgeva tramite scommesse che la popolazione piazzava sui nomi dei senatori al cui nome era abbinato un numero, in seguito con l'introduzione del "Lotto della Zitella", tramite l'abbinamento ai numeri, dei nomi di ragazze bisognose. Esso nacque per volontà dei gestori delle scommesse, ed era teso a migliorare la sortedi ragazze povere e nubili con la donazione dei proventi della lotteria sotto forma di dote per il matrimonio.La condizione della donna, sul finire del 1600 era molto incerta - sottomessa all'uomo e prigioniera di uno status meramente strumentale - e la dote rappresentava, dunque, l'unica via d'uscita da questa situazione, e trasformava la donna in un buon partito. Poiché senza la dote, c'erano davvero poche possibilità che essa riuscisse a sposarsi, sia lo Stato, che la Chiesa, si impegnarono a favorire la costituzione dotale.Il numero delle fanciulle bisognose di dote era elevato, ed imponeva la necessità di ricorrere all'estrazione a sorte. Già prima del 1682, anno in cui venne istituito il Lotto a Napoli, erano in vigore i "maritaggi". Troviamo infatti un precedente nel 1520, anno in cui , G.B. Cavallo organizzò una beneficiata per assicurare il maritaggio alla propria nipote Beatrice Baiola. Se in principio i nomi delle zitelle venivano scelti dalla Regia Camera (dal 1682 al 1688), in seguito la scelta passò nelle mani degli impresari; il numero delle fanciulle che l'appaltatore imbussolava non poteva essere inferiore ad 80 né superiore a 90, e a suo giudizio egli poteva accrescere o diminuire tale numero. Per la scelta della fanciulla venivano privilegiati i conservatori. Successivamente il numero delle zitelle che potevano porsi in lista fu fissato in 90. Unitamente al numero delle fanciulle, durante gli anni cambiarono anche il numero di estrazioni che venivano effettuate durante l'anno e la determinazione dei giorni in cui veniva svolta l'estrazione.Quando nel 1737 l'arrendamento del lotto fu demanializzato, il Re Carlo III, permise ad alcuni Conservatori e Ritiri, paragonabili agli attuali orfanotrofi, di indicare i nomi delle orfane ospitate presso gli stessi, i quali venivano scelti direttamente dal Direttore del Ritiro. Nel 1816 una grave crisi economica colpì i luoghi pii, al punto che i Conservatori di Napoli non erano più in grado di dare aiuto alle loro alunne, cosicché Ferdinando IV, con Decreto del 29-5-1816 decise di concedere il beneficio, che permetteva alle orfane di entrare a far parte della lista delle donzelle che ricevevano il maritaggio, a tutti i Conservatori di prima classe della città, ripartendo i novanta numeri per i vari Conservatori: da 1 a 30 alle alunne del Reale Albergo dei Poveri - da 31a 60 a quelle della Casa Santa dell'Annunziata - da 61 a 70 a quelle dell'Ospizio di San Gennaro dei Poveri - da 71 a 80 a quelli del Ritiro di San Vincenzo Ferreri e Immacolata Concezione - da 81 a 90 a quelle del Conservatorio di Sant'Eligio e della Maddalenella. Succedeva spesso che, molte ragazze che venivano estratte, e che godevano quindi del maritaggio, non avessero ancora trovato marito, mentre, altre che erano già state chieste in spose non avessero avuto la fortuna di essere estratte. Queste ultime, purtroppo, rimanevano in Conservatorio anche se pronte a sposarsi. Tale contingenza, non era gradita ai Conservatori, che erano interessati a liberare quanto prima gli alloggi per poter ospitare altre ragazze bisognose. Per risolvere questa situazione di stallo, alcuni Istituti anticipavano le somme alle ragazze estratte, riservandosi il diritto di incassare la cifra in questione al momento della loro estrazione. Un'altra soluzione adottata dopo il 1816 fu di devolvere il maritaggio delle ragazze estratte, ma che non avevano ancora trovato marito, alle ragazze non estratte che erano pronte a sposarsi . Un altro problema da risolvere, era quello delle ragazze del Conservatorio che una volta estratte, invece di sposarsi entravano in convento per diventare suore. Un decreto del 1816, stabiliva che esse non dovevano essere inserite nelle liste dell'estrazione del Gioco delle Zitelle, in quanto ad esse non spettava il maritaggio. I Governatori dei Conservatori però non erano d'accordo con questo provvedimento, perché sostenevano che la monacazione era paragonabile al matrimonio. La loro opposizione fu accolta, e i nomi delle ragazze che prendevano il velo furono inseriti nelle liste, ed il maritaggio loro spettante venne convertito in "monacaggio".L'ammontare dell'importo erogato in dote, era pari a 25 ducati, e rimase immutato durante gli anni, fino alla sua soppressione nel 1865. Questa somma, che veniva corrisposta alle fanciulle, prendeva il nome di "maritaggio", e successivamente il termine diventò di uso comune nel Regno di Napoli, per indicare la dote che la donna portava con sè quando contraeva matrimonio. Il pagamento dei maritaggi veniva effettuato tramite "bancali", dei veri e propri titoli di credito nominativi trasferibili, paragonabili agli attuali assegni di conto corrente, che venivano emessi subito dopo l'estrazione.Le polizze di pagamento dei maritaggi alle donzelle scelte dagli appaltatori, venivano intestate alle stesse, e potevano essere riscosse a seguito dell'identificazione notarile delle beneficiarie, previa esibizione del certificato di matrimonio. Al contrario le polizze di pagamento dei maritaggi alle ragazze del Conservatorio, venivano a loro intestate, ma erano incassate dal rappresentante dell'istituto, a seguito della girata delle beneficiarie.Il gioco delle Zitelle era accompagnato, inoltre, da molti rituali religiosi e riti propiziatori che venivano effettuati prima delle estrazioni. Tali consuetudini non entravano in conflitto con lo spirito cristiano in quanto, oltre che per i giocatori i quali guadagnavano unicamente del denaro, si pregava anche per delle giovinette povere, che, grazie al maritaggio ottenuto, disponevano dei mezzi necessari per poter contrarre matrimonio. Era un culto talmente sentito che, nel 1740, il Re dispose che per ogni estrazione venissero prelevati dal Fondo del Lotto 20 ducati per la celebrazione di duecento messe.Con decreto del 12 dicembre 1865, le somme destinate alle opere di beneficenza della città di Napoli, vennero cancellate dal bilancio dello Stato, quindi dal 1 gennaio 1866 i maritaggi non furono più concessi. Dopo varie proteste e controversie sull'abolizione dei maritaggi, nel 1915 con decreto legge si stabilì che i vecchi fondi dotali venissero devoluti all'Opera Nazionale Orfani di Guerra (O.N.O.G.), per consentire la "concessione di sussidi dotali ad orfane di guerra che abbiano contratto matrimonio non oltre il 25° anno di età", che "le somme eventualmente esuberanti per la concessione di sussidi dotali saranno destinate all'assistenza in genere degli orfani di guerra" ed inoltre che "quando lo scopo dell'assistenza agli orfani di guerra verrà a cessare totalmente o parzialmente , il reddito delle fondazioni dotali ritornerà alla originaria Arrendamento del LottoCon il termine arrendamento si intende l'affitto del gioco del Lotto, dal termine spagnolo "arrendar", (letteralmente affittare). Gli impresari gestivano l'arrendamento attraverso un amministratore, da essi nominato, fino al 1714 quando, in seguito a controversie insorte fra diversi impresari, il Re, nominò un proprio amministratore e un Credenziere per tutelare al meglio gli interessi della Corte, ai quali furono aggiunti, nel 1717, un Attuario e un Postiere.Anche per l'arrendamento del Lotto, come per tutti quelli della Corte, era designato un Regio Commissario, magistrato della Regia Camera della Sommaria, il quale si occupava di tutte le cause civili, penali, attive, passive, riguardanti gli impresari e i loro dipendenti, nonché i giocatori e i debitori, e inoltre egli assisteva alle estrazioni insieme al Presedente della Regia Camera e all'Avvocato fiscale. Il denaro raccolto veniva incassato dal Cassiere di fiducia degli impresari, e depositato in banca su fedi di credito.La figura del Regio Commissario venne poi sostituita nel 1735, da quella del Soprintendente, che fu poi denominato Ispettore Generale dei Lotti, e sostituito a sua volta nel 1807, dal Direttore Generale dei Lotti. Nel 1816 Ferdinando IV riassettò l'organizzazione, nominando un Direttore Generale dei Lotti da cui dipendevano i Postieri di Napoli, un Ispettore con il compito di sorveglianza sulla cassa e sulla contabilità generale, e un Ispettore Compartimentale con la funzione di vigilare sull'operato contabile dei Postieri.Il Direttore generale e i due Ispettori formavano la Commissione del Lotto. Per ciascuna delle provincie fu poi preposto un Amministratore del Lotto, al quale furono affiancati diversi collaboratori che svolgevano le più svariate mansioni, come il facchino, che in carrozza riportava al palazzo dell'Impresa i numeri estratti in Castel Capuano, e il bacile d'argento utilizzato per le estrazioni. L'impresa aveva alle sue dipendenze cassieri, dipendenti addetti al bollo col quale si timbravano i biglietti delle giocate, e altri adibiti alla composizione e alla stampa dei biglietti stessi.Durante il periodo francese il generale francese De Gambs vinse un terno di 350 ducati, ma la vincita gli fu negata, poiché non era in possesso del biglietto definitivo stampato e vidimato. Era accaduto che il funzionario, il "Regissore", aveva vietato la stampa del biglietto in quanto, sulla nota provvisoria aveva riscontrato delle macchie d'inchiostro che impedivano la giusta lettura del testo, sia i numeri che i nomi delle donzelle. Il De Gambs ricorse alla Commissione dei Titoli, la quale riconobbe fondate le sue ragioni e condannò il Regissore a pagare la vincita.Durante il periodo in cui l'arrendamento venne concesso in affitto a privati, i ricevitori erano nominati indistintamente dall'arrendatore, e il Regio Commissario delegato, gli conferiva la reale autorizzazione; quando, di contro, l'arrendamento fu gestito dalla Corte, i ricevitori della città erano nominati dal Sopraintendente, e quelli delle province e dei vari distretti di Napoli, erano nominati dagli appaltatori, detti anche amministratori. Questi ultimi, ricevevano in appalto l'amministrazione delle ricevitorie per quattro anni, ed avevano il dovere di depositare una cauzione, amministrare le ricevitorie comprese nell'aggiudicazione ed avevano anche facoltà di aprirne di nuove. L'appaltatore, inoltre, aveva diritto ad una percentuale sugli incassi delle singole ricevitorie e nel caso in cui questi superassero le vincite, doveva versare la differenza alla Regia Impresa. Il versamento poteva essere effettuato in due soluzioni, entro la prima e la seconda settimana successiva all'estrazione; tale dilazione del pagamento costituiva un beneficio per l'appaltatore, il quale, durante le due settimane, poteva utilmente negoziare il danaro. Nel caso in cui, invece, le vincite avessero superato gli incassi, la Regia Impresa sopperiva ai pagamenti differenziali. I ricevitori, erano tenuti a pagare, solo le vincite in conformità dei biglietti stampati e bollati, e nel caso in cui, quest'ultimi avessero riportato errori o discordanze con i libri della ricevitoria sui quali erano annotate le giocate, dovevano immediatamente restituire ai giocatori l'importo delle giocate, rimettendo i biglietti all'Impresa per esonerarla da obblighi verso giocatori in caso di vincita. In caso di inadempimento, rispondeva l'appaltatore, il quale era esposto ad una enorme responsabilità verso la Regia Impresa per tutto l'operato contabile e amministrativo dei ricevitori. L'organizzazione dell'arrendamento L'esercizio del Lotto si svolgeva attraverso la stessa procedura riguardante l'estrazione dei dazi. Esso non era gestito direttamente dagli organi amministrativi appartenenti alla Regia Corte, ma veniva concesso in appalto ai privati secondo il sistema d'arrendamento. Gli arrendatori erano degli appaltatori, con il compito assegnatogli dalla Regia Corte, di concedere ai privati il privilegio di produrre o vendere un prodotto, o di esercitare una determinata attività come appunto il gioco del lotto, la cui amministrazione, sarebbe spettata alla Regia Camera della Sommaria, poiché si trattava di un arrendamento aggregato al Real Patrimonio.Il gioco del Lotto fu denominato di volta in volta "gioco delle zitelle", arrendamento "seu jeus prohibendi del gioco delle donzelle di Napoli", "Beneficiata di Napoli", "Regia Impresa del Lotto", "Nuovo Real Lotto"; durante l'occupazione francese poi, cessati gli arrendamenti, l'amministrazione del gioco fu denominata "Reggia del Lotto" e dopo la restaurazione borbonica "Amministrazione della Real Lotteria".Per l'affitto dell'arrendamento si teneva una gara che veniva aperta dai bandi emanati dalla Regia Camera in Napoli nel Regno; In quest'ultimi si fissavano le condizioni della gara, il prezzo base ed il giorno dell'asta, che aveva luogo in Castelcapuano, sede della Regia Camera Sommaria, talvolta con l'intervento del viceré; la procedura era stata instaurata con la prammatica 13 settembre 1631 emanata a Napoli da Filippo IV; l'aggiudicazione spettava al miglior offerente pervenuto all'atto in cui si spegneva la candela accesa tre volte durante la licitazione, non era però definitiva in quanto poteva essere revocata a seguito di un aumento dell'offerta dell'aggiudicazione stessa.Abitualmente l'affitto dell'arrendamento era aggiudicato per persona da nominare: il concorrente, una volta avvenuta l'aggiudicazione, depositava la lista contenente i nomi dei caratari (soci), obbligati per le rispettive carature, e dell'impresario principale; quest'ultimi venivano accettati solo se di gradimento alla Regia Camera, la quale emetteva un decreto con cui autorizzava il deposito del capitale, pattuito a garanzia della Corte per il pagamento dell'estaglio (fitto), e dei giocatori per il pagamento delle vincite. Una volta emesso il pagamento, il Presidente della Regia Camera, con il Consigliere delegato dell'arrendamento e l'Avvocato fiscale, si recava presso la sede dell'Impresa, dove ogni anno veniva verificato il bilancio dell'arrendamento, cosicchè nel fascicolo dei conti restavano inseriti tutti i provvedimenti relativi alla destinazione, e all'impiego delle somme pagate dagli arrendatori della Regia Corte.Il primo impresario che lo ottenne in fitto, per D.13.200 annui, fu Goffredo Spinola, il quale, ne riottenne l'affitto dal 1686 al 1691 per D.22.200 annui; In quel periodo storico il delegato dell'arrendamento era don Stefano Padiglia, Consigliere della Regia Camera, un uomo ritenuto integerrimo, ma che fu accusato di cointeressenza nell'affitto. Fu così che il Vicerè aprì un inchiesta guidata dal Presidente della Regia Camera Cortes, il quale sequestrò in casa dello Spinola i libri contabili ove erano annotate le partite di utili e le relative ripartizioni. Tra queste apparivano alcune somme corrisposte a beneficiari non specificati e si pensò fossero state percepite dal Pariglia, e per questo motivo Cortes ordinò la carcerazione dello scritturale e dello Spinola, il quale riuscì ad evitarla rifugiandosi in Chiesa per godere del "coniugio", un tipo di immunità che spettava a coloro che, ricercati per debiti o delitti, si rifugiavano in Chiesa e non potevano essere arrestati nel luogo sacro con violenza, atto punibile con la morte. L'affitto su risolto a danno dello Spinola e, a seguito di nuova gara, l'affitto fu aggiudicato a Lodovico Brunelli per D.24.300 annui.Dal 1688, per le conseguenze del terremoto del 5 giugno, il gioco rimase abolito fino al 1712, anno in cui fu aggiudicato l'affitto quadriennale a Giovanni Crisci e Aniello di Martino per D.32.325 annui. Nello stesso anno però, in seguito ad un aumento dell'offerta da parte di Giacinto Antinori e soci, l'affitto passò al su scritto, il quale ne fu affittuario per il quadriennio 1714-1717. Negli otto anni successivi fu aggiudicato a Domenico Angioletti che per il primo quadriennio lo tenne in società con Bernardo Francese e Bartolomeo Mercati; nel 1725, tuttavia, proprio alla scadenza dell'affitto, Benedetto XIII condannò il gioco del Lotto con l'emanazione di due bandi: uno del 2 marzo e l'altro del 18 settembre, che comportò la perdita immediata di offerenti disposti a concorrere alle stesse condizioni dell'affitto precedente. Per questo motivo l'Angioletti chiese ed ottenne dalla Regia Camera, una clausola all'interno del contratto d'affitto, in cui si annotava una garanzia in caso di perdita; Il 14 ottobre 1726 Benedetto XIII, emanò un terzo bando penale contro i giocatori del Lotto, ed il 12 agosto 1727 procedette addirittura alla scomunica. Tutte queste azioni perpetrate dal pontificato, causarono gravi riscontri nel Regno di Napoli, tanto che l'Angioletti non se la sentì di rinnovare l'affitto, cedendo il posto a Lodovico Paglierini e Filippo Chiozza , contro cui fu avanzata un'offerta di aumento da parte di don Paolo Montini.Con l'arrivo di Carlo di Borbone a Napoli, il Montini chiese ed ottenne dalla Regia Camera la sospensione del gioco; durante il periodo borbonico si tentò, senza risultato, di tornare al sistema dell'affitto, ritenuto finanziariamente dannoso, poichè, essendo forestieri molti degli impresari e dei caratari, la valuta del Regno defluiva all'estero. Solo durante l'occupazione francese il gioco fu dato nuovamente in affitto a Carlo Emanuele Guebard per il periodo dal 1807-1813 con estaglio annuo di 286.000 ducati, ma l'esperimento si rivelò disastroso sia per l'arrendatore che per il Fisco: il contratto fu anticipatamente risolto nel 1810 e il Lotto fu nuovamente demanializzato. Il gioco del Lotto: abolizione e ripristinoIl gioco del Lotto fu ufficialmente autorizzato nel Regno di Napoli nel 1682, in seguito alla constatazione dei considerevoli utili che già derivavano all'Erario dall'arrendamento delle beneficiate ed alle necessità finanziarie dovute alle contingenze politico-militari. Gli oneri della guerra di Messina avevano costretto la Corte ad accentuare l'inasprimento fiscale: nel 1676 l'imposizione di una nuova tassa detta "volontaria": nel 1679 con l'arrendamento dell'acquavite ed infine nel 1682 con quello dello spago, delle cordelle, delle micce e del gioco del Lotto, che non ebbe un facile percorso.Nel 1688 fu abolito in occasione del terremoto del 5 giugno: erano le ore 21 quando la città avvertì le prime scosse che provocarono dissesti ed un elevato numero di morti e feriti; la sera del 9 la città fu poi flagellata da un nubifragio, mentre le repliche sismiche durarono fino al 17 giugno.La popolazione fu terrorizzata: i benestanti abbandonarono le loro dimore per rifugiarsi presso gli spazi aperti della città come il Largo del Castello e quello dello Spirito Santo o lungo la spiaggia di Chiaia in baracche di legno o nelle carrozze padronali, ma a causa della tempesta anche da li dovettero fuggire. Si fecero numerose processioni in cui si enunciavano pubblicamente i peccati commessi e tra questi il più citato fu quello di aver venduto l'anima al diavolo per vincere al gioco del Lotto. In Seguito a ciò l'Arcivescovo ed il Vicerè ordinarono l'immediata sospensione dello stesso con la convalida del provvedimento giunto da Vienna.Nel 1707 con la dominazione austriaca di Carlo VI, il Regno di Napoli dovette far fronte alle esigenze amministrative interne per cui si ricorse all'inasprimento fiscale con la conseguenza che il deficit dell'Erario stazionava su valori preoccupanti. Per questo il viceré don Carlo Borromeo pensò di arrendare nuovamente il gioco del Lotto: bisognava però rimuovere le difficoltà di indole religiosa che nel 1688 avevano fatto abolire il gioco del Lotto cosicché il viceré riuscì ad ottenere in seguito ad una consulta il consenso dei teologi che dichiararono il su scritto moralmente lecito. Pertanto, con Real Carta del 29 novembre 1712, fu revocata la prammatica del 1688 e ristabilito l'arrendamento del Lotto. Intanto nello Stato Pontificio il gioco fu vietato nuovamente da Benedetto XIII con la costituzione del 12 agosto 1727, comminandosi la scomunica a coloro che partecipassero al gioco, ma anni dopo fu restaurato da Clemente XII autorizzando ben nove estrazioni annuali. Quando nel 1734 si insediò Carlo di Borbone a Napoli, fu autorizzata una terza estrazione annuale, e si arrivò fino a nove nel 1737, anno in cui fu modificata l'amministrazione del gioco essendone abolito l'affitto, con conseguenti maggiori introiti per l'Erario.Il Lotto prosperò nel Regno durante tutto il secolo, ma si temette per le sue sorti durante il periodo dell'occupazione francese, e negli anni seguenti, soprattutto nel 1860 con l'ingresso trionfale di Giuseppe Garibaldi nella città partenopea, in una delle ultime tappe della celebre spedizione dei Mille. Giuseppe GaribaldiQuattro giorni dopo il suo arrivo a Napoli difatti, esattamente l'11 settembre, fu sancito il "Decreto di abolizione del gioco del Lotto" e fissata la decorrenza della cessazione dal 1 gennaio 1861. Dopo la sua partenza, i rappresentanti del Fisco, prefigurando le ingenti perdite derivanti dall'abolizione del gioco, ottennero dal Luogotenente Generale del Re nelle Province napoletane, il 10 dicembre 1860 il decreto n.80 col quale si stabiliva che, fino a nuova disposizione, rimaneva sospesa l'esecuzione del decreto dittatoriale di Garibaldi.Con successiva legge del 27 settembre 1863, Vittorio Emanuele II confermava che il Lotto veniva provvisoriamente mantenuto e riordinato col Regio Decreto 5-11-1863 n.1534, nelle varie province del Regno. Tra i successivi provvedimenti legislativi, particolare importanza ebbe la L.5-6-1939 n.973, che tolse al Lotto il carattere di provvisorietà instaurandone quello di permanenza portandolo quindi tra le attività stesse dello Stato.
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Le origini del Lotto sono molto lontane. I giochi infatti, in senso lato, si possono coiderare parte integrante dell’indole dell’uomo, per questo motivo, non è possibile attribuire una data certa al Gioco del Lotto. Molteplici forme si sono avvicendate nel corso dei secoli e nei diversi paesi. Molto spesso i governi, cercarono di impedirne lo svolgimento, poiché ritenuto immorale, ma inermi davanti al dilagare del gioco clandestino, decisero in differenti momenti di legalizzarlo, trattenendo una parte dei proventi a favor della “ragion di stato”, destinando questi incassi a scopi umani o a fini di pubblica utilità, di volta in volta specificati nei differenti regolamenti. Attualmente è ciò che si verifica anche nei giochi moderni, in particolar modo in Italia, per il Gioco del Lotto: una parte generata dalla raccolta delle puntate viene destinata al Ministero dei Beni e delle attività Culturali. Ecco le informazioni più dettagliate, di cui si registra una traccia storica documentata, sul Gioco del Lotto, nelle sue differenti sfacettauture: 1448 – Milano – si ha il gioco delle “borse di ventura”, da molti storici considerato il precursore al lotto moderno. Il gioco consisteva nell’assegnazione di 7 borse, contenenti: 300, 100, 75, 50, 30, 25 e 20 ducati. Ogni cittadino poteva acquistare il biglietto per partecipare a questa lotteria: si utilizzavano due recipienti: uno con i nomi dei giocatori e uno con una serie di biglietti bianche e i sette biglietti corrispondenti alle sette borse di ducati. A questo punto veniva nominato uno “scrutatore”, che aveva il compito di estrarre un biglietto per ciascun recipiente: al nome del giocatore corrispondeva quindi o un biglietto bianco (in questo caso non aveva vinto nulla) o una delle sette borse con il relativo premio in ducati. 1500 – nasce in Olanda e più precisamente a Amersfoort, l’idea dei Lotti. Alcuni cittadini per appianare alcuni dissidi su lotti terrieri decidono di sfruttare la passione per il gioco, e successivamente il tutto viene regolarizzato con il relativo regolamento: “Lotto di Olanda”. 1530 – Firenze – Numerosi poderi, case o oggetti di valore, erano state confiscate dall’allora Governo per ragioni politiche; lo stesso Governo decise di applicare un’imposta “straordinaria” nella quale venivano tra l’altro assegnate a ciascun cittadino, delle polizze numerate. A questo punto a parità di ricchezza dei diversi possessori di queste polizze, si procedeva all’estrazione dei suddetti beni. 1576 – Genova - Il Gioco del Seminario e la legalizzazione del Gioco – Questo gioco risulta il vero e proprio precursore del Lotto moderno, vediamolo in dettaglio: nel XVI secolo a Genova 5 membri del “Maggior Consiglio della Repubblica”, venivano estratti a sorte tra una serie di cittadini particolarmente meritevoli su un totale di 120. I vari giocatori scommettevano in modo illegale sul risultato di questa estrazione casuale, successivamente, visto il dilagare di questa pratica fu deciso di renderla legale, da qui il “Giuoco del Seminario”, che si svolgeva due volte all’anno. Ben presto l’interesse dei cittadini dilagò e qualche anno dopo i possibili candidati all’elezione di membro del “Maggior Consiglio della Repubblica” furono ridotti a 90, quindi i nomi dei candidati furono sostituiti dai 90 numeri. Inizialmente le giocate nacquero spontaneamente tra le persone, ma con il passar del tempo vennero raccolta da vere e proprie società che “tenevano il banco” a particolari condizioni e definirono inoltre le prime regole ufficiali del gioco stesso. Queste società inoltre ampliarono le possibili scommesse, dando così vita alle puntate di estratto (un nome) ambo (due nomi) terni (tre nomi), che per molto tempo furono le combinazioni su cui si baso il gioco. 1600 – a Venezia si ha traccia di una lotteria chiamata “Lotto del Ponte di Rialto”: l’antico Senato Veneziano, ovvero il consiglio dei Pregadi, ideò questa lotteria il cui premio, anche in questo caso, erano lotti immobiliari, con un montepremi complessivo molto elevato. Tutti i cittadini potevano acquistare i relativi “biglietti o bollettini” e sperare quindi nella dea bendata. XVII secolo – nella seconda metà di questo secolo si diffuse il “Lotto della Zitella”. Si passò dai numeri dei candidati politici del Giuoco del Seminario, a delle ragazze povere alle quali era data la possibilità, tramite un’estrazione, di aggiudicarsi una dote consistente in denaro. Anche questa nuova versione del Gioco ebbe grande successo e si deve a Giacomo Casanova la sua “esportazione” in Francia. Nel secolo successivo (seconda metà del XVIII secolo) esso si diffuse in gran parte dell’Europa: dall’Austria al Belgio, dall’Olanda alla Prussia, sino in Danimarca. 27 settembre 1863 – L’Italia è ormai unita e il Gioco del Lotto entra a far parte della cultura del nuovo Stato, anche se con differenti caratteristiche a seconda delle varie regioni. Inoltre diventa una voce importante del bilancio dello Stato. gennaio 1864 - un Regio Editto determinò un primo riordinamento del gioco del Lotto: le ruote erano 6 e le giocate possibili erano quelle per la sorte dell'ambo semplice, del terno e della quaterna. 1871 – Le estrazioni del Gioco del Lotto diventano settimanali e con 8 ruote. 1891 - il regolamento delle poste in premio venne nuovamente modificato, nella forma valida fino alle modifiche del 2005. I premi divennero: estratto semplice: 11,236 volte la posta ambo: 250 volte la posta terno: 4250 volte la posta quaterna: 60.000 volte la posta. 1933 – venne inserita un’ulteriore sorte di puntata quella relativa alla cinquina, con premio corrisposto in caso di vincita pari a 1.000.000 di volte la posta, e aumento del premio della quaterna da 60.000 a 80.000 volte la posta. <!--[endif]--> 1939 – Altre due ruote si aggiungono alle 8 presenti: Cagliari e Genova. Si arriva così al Lotto a 10 ruote con la possibilità di giocata a Tutte le Ruote. 1997 – Si passa dalla classica estrazione settimanale fissata nel giorno del sabato, a due estrazioni settimanali: mercoledì e sabato. 2005 – I premi corrisposti in caso di vincita subiscono incrementi per le sorti di terno, quaterna e cinquina. Ecco quindi i nuovi premi in caso di vincita: estratto determinato: 55,00 volte la posta terno: 4.500 volte la posta quaterna: 120.000 volte la posta cinquina: 6.000.000 volte la posta A questa modifica relativa ai premi segue la modifica alla ritenuta sulle vincite passando dal 3% al 6%. 16 marzo 2005 – viene effettuata la prima estrazione in cui si ha la possibilità di puntare sulla sorte di estratto determinato, dando così ai Giocatori la possibilità di scegliere, oltre al numero, anche la posizione di sortita dello stesso; il premio in caso di vincita viene fissato in 55 volte la posta. 4 maggio 2005 – Dalle classiche 10 ruote di gioco si passa a 11, con l’inserimento della Ruota Nazionale. Si tratta di un comparto indipendente rispetto agli altri 10 e non concorre per le giocate su Tutte le ruote. Inoltre si passa all’automatizzazione delle estrazioni SOLO per due comparti: quello appunto della ruota Nazionale e quello della Ruota di Roma. 21 giugno 2005 – L’appuntamento con la fortuna per tutti gli appasionati aumenta, si passa da 2 a 3 estrazioni settimanali fissate nei giorni di: martedì, giovedì e sabato. 31 maggio 2007 – prima estrazione automatizzate per la ruota di Napoli 12 giugno 2007 – anche la ruota di Milano “saluta” il bambino bendato e le estrazioni avvengono tramite venus (estrazioni automatizzate).